Keep on pushing it…

Quando, la scorsa notte, sono tornata da Padova ho postato su Facebook un paio di minuti di video del concerto di Nick Cave & the Bad Seeds con l’unico commento: “no words”, che di parole, in quel momento, non ne avevo.

Ero partita nel pomeriggio con l’aspettativa di un ottimo concerto da parte un artista che, data la mia età anagrafica, conosco e apprezzo dai tempi dei Birthday Party ma non ho mai avuto occasione di vedere “dal vivo”. Mai mi sarei aspettata di provare emozioni che immaginavo relegate nella memoria di un tempo ormai “remoto”, emozioni che credevo si potessero provare solo in un particolare momento della nostra vita da tempo superato. Beh, per fortuna non è stato così, e oggi che le parole le ho trovate posso affermare di aver assistito ad uno dei concerti più esaltanti che ricordi.

Alla mia età pensavo, fino a ieri, di essere ormai immune da quella scarica di adrenalina che non ti fa chiudere occhio per il resto della notte. Oggi ho letto molti commenti e le sensazioni erano pressocchè unanimi. E, come molti altri hanno affermato, se quello di ieri, 4 Novembre 2017, dovesse essere l’ultimo concerto cui abbia avuto la fortuna di partecipare, beh … il “cerchio” si chiuderebbe in maniera magistrale.

Video condiviso da youtube

 

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The Modern Dance

Per quel che mi riguarda, rimango ancorata al passato. Legata a queste sonorità che non ho mai voluto o saputo definire. Una “danza moderna” alienante che ci ha condotto fino ad oggi e che per tutti questi anni è stata e continuerà ad essere qualcosa di innovativo tralasciando etichette e definizioni varie. In poche parole: ciò che ho sempre cercato nella musica è condensato in questo album.

 

SAD WATERS

 

 

Se si potessero tradurre in musica certe sensazioni, quegli stati d’animo che ti si cuciono addosso nonostante il sole in una giornata autunnale.

E scopri ricordi che non riesci a collocare, come tessere di un puzzle trovate nel momento sbagliato. Provi a tenerle da parte ma sei sicuro che, nel momento in cui serviranno, non le rintraccerai più.

O, forse, avranno le note di questa canzone…

CHEREE

 

Cullarsi in una nuova illusione

E ritrovarsi con in piedi per terra

 

Abbandonarsi a un sogno

E risvegliarsi gridando

 

Ripercorri il vecchio cammino

Lastricato di nuove lacrime

Pur sapendo dove ti condurrà

 

Ma tu non impari mai.

Play it one more time

 

 

Everyone is trying
To get to the bar
The name of the bar
The bar is called heaven

The band in heaven
They play my favorite song
Play it one more time
Play it all night long

Heaven
Heaven is a place
A place where nothing
Nothing ever happens
Heaven
Heaven is a place
A place where nothing
Nothing ever happens

There is a party
Everyone is there
Everyone will leave
At exactly the same time

It’s hard to imagine that
Nothing at all
Could be so exciting
Could be this much fun

Heaven
Heaven is a place
A place where nothing
Nothing ever happens
Heaven
Heaven is a place
A place where nothing
Nothing ever happens

When this kiss is over
It will start again
It will not be any different
It will be exactly the same

It’s hard to imagine
That nothing at all
Could be so exciting
Could be this much fun

Heaven
Heaven is a place
A place where nothing
Nothing ever happens
Heaven
Heaven is a place
A place where nothing
Nothing ever happens

 

Un uomo bianco all’ Hammersmith Palais

 

Oggi sarebbe stato il sessanticinquesimo compleanno di Joe Strummer e io non ho niente da scrivere. Ci pensi? proprio io che ho letto biografie, aneddoti, visto film, documentari ascoltato e riascoltato per anni tutte le sue canzoni dagli 101’ers ai Mescaleros.

Oggi è un giorno come un altro alla fine, un giorno in più senza Joe su questa terra.

Midnight to six man
For the first time from Jamaica
Dillinger and Leroy Smart
Delroy Wilson, your cool operator

Ken Boothe for UK pop reggae
With backing bands sound systems
And if they’ve got anything to say
There’s many black ears here to listen

But it was Four Tops all night with encores from stage right
Charging from the bass knives to the treble
But onstage they ain’t got no roots rock rebel
Onstage they ain’t got no roots rock rebel

Dress back jump back, this is a bluebeat attack
‘Cause it won’t get you anywhere
Fooling with the guns
The British Army is waiting out there
An’ it weighs fifteen hundred tons

White youth, black youth
Better find another solution
Why not phone up Robin Hood
And ask him for some wealth distribution

Punk rockers in the UK
They won’t notice anyway
They’re all too busy fighting
For a good place under the lighting

The new groups are not concerned
With what there is to be learned
They got Burton suits, ha, you think it’s funny
Turning rebellion into money

All over people changing their votes
Along with their overcoats
If Adolf Hitler flew in today
They’d send a limousine anyway

I’m the all night drug-prowling wolf
Who looks so sick in the sun
I’m the white man in the Palais
Just lookin’ for fun

I’m only
Looking for fun

I’m only
Looking for fun

Atmosphere

your confusion my illusion

 

Walk in silence
Don’t walk away, in silence
See the danger
Always danger

Endless talking
Life rebuilding
Don’t walk away

Walk in silence
Don’t turn away, in silence
Your confusion
My illusion

Worn like a mask of self-hate
Confronts and then dies
Don’t walk away

People like you find it easy
Naked to see
Walking on air
Hunting by the rivers, through the streets, every corner

Abandoned too soon
Set down with due care
Don’t walk away in silence
Don’t walk away

Vite interrotte

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perchè fa ancora male…

Anna rivolge un ultimo sguardo all’enorme tabellone nero che illustra i treni in partenza e in arrivo. Le piace guardare le lettere bianche che scorrono modificando le destinazioni e il numero dei binari.

Prova a concentrarsi sugli annunci pronunciati dalla voce all’altoparlante ma fatica a capire le frasi che rimbombano nell’affollato ingresso della stazione. Sa già che il treno con cui arriverà Marco è in ritardo, l’ha chiesto poco istanti prima al bigliettaio mentre le consegnava i due biglietti per Rimini. L’uomo non è stato molto preciso innervosito probabilmente dalla lunga fila alle sue spalle.

Un rapido sguardo all’orologio: le 10,00 e l’altoparlante ha appena annunciato un ritardo di quaranta minuti. Con il dito appoggiato sul vetro della bacheca, cerca sul tabellone giallo gli orari di partenza per Rimini, forse riusciranno a prendere il treno delle 11,10 al binario cinque. Si guarda intorno un po’ smarrita, quaranta minuti di attesa prima che arrivi Marco, sperando che il suo treno non accumuli altro ritardo, cosa molto probabile. Il caldo e l’umidità che provengono dall’esterno le fanno scartare l’idea di ingannare il tempo tra i banchetti della vicina Piazzola.

Lancia una rapida occhiata nel vetro della porta della sala d’aspetto mentre vi entra. E’ soddisfatta dei suoi capelli neri, con quel taglio un po’ bizzarro da folletto e il ciuffo decolorato che ricorda “Crudelia Demon”.  Attraversa la sala incrociando gli sguardi di disapprovazione di alcune persone. Vorrebbe far loro notare che siamo nel 1980 ed è ora che si diano una “svegliata”. Scrolla le spalle, in fondo: “Chissenefrega”, è abituata ormai alle critiche da parte dei professori e dei parenti rivolte al suo abbigliamento. La mamma spesso difendendola risponde loro che “è la moda, l’importante è che faccia il suo dovere a scuola e che non si droghi”.

Anna trova una sedia libera e si siede, leggermente infastidita dalle urla stridule dei bambini che si rincorrono tra i bagagli abbandonati a terra e dal vociare ininterrotto degli adulti.  Il tempo sembra non passare mai, avrebbe voglia di chiacchierare con qualcuno. Riconosce una ragazza seduta all’angolo opposto al suo, frequenta la sua scuola, Quarta C. Potrebbe andare da lei con la scusa di chiederle una sigaretta e fare due chiacchiere ma non trovandosi molto simpatiche continuano a ignorarsi reciprocamente.

Pensa a Marco, Anna e Marco …. Suona bene, talmente bene che anche Dalla ci ha scritto una canzone, certamente non è il genere musicale che amano, ma da quando stanno insieme ogni volta che passa in radio, lei non cambia più stazione. Le piace la musicalità dei loro nomi affiancati e ripete mentalmente la strofa finale, sorridendo al pensiero che fra poco meno di un’ora saliranno su un treno diretto al mare per trascorrere insieme il week end.

Anna apre la sua sacca di nylon nera, dentro un costume di ricambio, il sacco a pelo, il registratore portatile con alcune cassette e l’inseparabile agenda. Le sue poesie demenziali, i suoi disegni e pensieri sono rinchiusi tra quelle pagine. A Marco piace sfogliarla, ciò che scrive lo diverte, dice che ricordano i testi degli Skiantos. Secondo lui Anna ha talento e dovrebbe coltivarlo, è stato l’unico finora che ha riconosciuto in lei una particolare attitudine. Sicuramente non i suoi genitori i quali non si aspettano da lei grandi cose: una media decente a scuola e una probabile laurea in lingue o in lettere perché l’insegnamento, dice la mamma, “è il lavoro più adatto a una donna con famiglia”, dando ovviamente per scontato che quella è la vita che desidera. Il futuro ora le pare così distante, ancora un anno di Liceo poi chissà…

Fra poco più di un mese Marco terminerà il servizio militare e potrà riprendere i suoi studi al DAMS ma nelle ultime lettere descriveva animatamente il suo desiderio di andarsene.  Anna passerebbe ore ad ascoltarlo mentre Marco racconta i suoi sogni e progetti. Un futuro declinato al plurale che comprende anche lei. Questa è la ragione per cui lo ama tanto.

Una rapida occhiata all’orologio, questo tempo “bastardo” pare non passare, minuti interminabili la separano dal mare, dal suo week end finalmente libero, ma soprattutto da Marco. L’agenda fidata aperta sulle gambe e la mente che rincorre un’ispirazione che non arriva. Troppa confusione, troppo caldo e sono appena le 10,20. A pensarci bene il giro in Piazzola non sarebbe stato una cattiva idea, ma ormai le conviene aspettare pazientemente.

Osserva la pagina bianca davanti a sé, cerca nell’astuccio il pennarello rosso e traccia un cuore grande quanto il foglio. Troppo banale forse come soggetto ma esprime al massimo ciò che Anna prova in quel breve momento di attesa.

Solo pochi istanti e non rimarrà traccia di una sacca di nylon nera e del suo contenuto, un costume di ricambio e un sacco a pelo, tanti sogni e un futuro interrotto, di un’agenda aperta con un cuore rosso, appena tracciato sulla data:  2 agosto 1980.

(Nel rispetto di tutte le vittime reali e delle loro famiglie vorrei precisare che personaggi, nomi e situazioni sono completamente frutto di fantasia. Altrettanto non si può dire, purtroppo, degli avvenimenti)

 

The public image belongs to… him

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public image

il giorno in cui Lydon ci spiegò alcune cose e lo fece, come sempre, a modo suo…

Hello, hello, hello (ha, ha, ha)

You never listen to a word that I said
You only seen me
For the clothes that I wear

Or did the interest go so much deeper
It must have been
The colour of my hair

The Public Image

What you wanted was never made clear
Behind the image was ignorance and fear
You hide behind this public machine
Still follow same old scheme

Public Image

Two sides to every story
Somebody had to stop me
I’m not the same as when I began
I will not be treated as property

Public Image

Two sides to every story
Somebody had to stop me
I’m not the same as when I began
Its not a game of monopoly

Public image

Public image
You got what you wanted
The public image belongs to me
It’s my entrance
My own creation
My grand finale
My goodbye

Public image
Goodbye

Eva è tornata

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(il mio racconto pubblicato nella raccolta “RACCONTI EMILIANI” casa editrice Historica – 2017)

Eva aveva deciso di tornare.

Una decisione maturata negli ultimi mesi o, forse, oltre trent’anni prima, nell’esatto momento in cui se ne era andata.

Poco più di trenta chilometri la dividevano dall’uscita dell’autostrada, uno per ogni anno in cui era stata lontana. Decise di colmare la distanza spazio-temporale inserendo il cd dei Sex Pistols nello stereo, considerandolo la colonna sonora più adatta all’occasione.

Un ritorno in grande stile o, piuttosto, in sordina?

Sarebbero state le ore, i giorni successivi a rispondere al quesito, per il momento si godeva l’ultimo tratto di strada scandito dalle note irriverenti riprodotte nell’abitacolo.

A vent’anni decise di andarsene camuffando la sua scelta nella necessità di allargare i suoi orizzonti. Che frase banale e scontata! Allora il suo più grande desiderio era stupire gli altri, adottare stili di vita alternativi per guadagnarsi una collocazione nel mondo, una sorta di etichetta che definisse il suo ruolo e ne sancisse l’esistenza nell’universo. In fin dei conti era questo lo scopo dell’adolescenza e della prima giovinezza: definirti. Probabilmente pensava che la scelta di andarsene, di vivere in altre città, non fosse altro che la diretta e naturale conseguenza del personaggio che aveva deciso di interpretare.

Così se ne andò, inizialmente a studiare in una città all’estero. Quasi una sfida verso sé stessa, indecisa se essere spaventata o eccitata dalla nuova vita che si era scelta. Ritrovarsi sola, lontana da casa, dove ogni cosa era sconosciuta e a volte ostile l’aveva spronata a fare delle scelte, a capire quale sarebbe stata la strada che avrebbe intrapreso.

Solo molti anni dopo si sarebbe resa conto che la sua non era stata altro che una fuga da una vita che sentiva sfuggirle dalle mani e nella quale stentava ormai a riconoscersi. Sapeva che difficilmente sarebbe riuscita a condurla sui binari che si stava prefiggendo di seguire. No, non ce l’avrebbe fatta continuando a frequentare i soliti amici, continuando a fidarsi di due occhi che promettevano senza mantenere, continuando a vivere in una città della quale conosceva ogni angolo ma che ritrovava sempre più estranea.

Eva partì un pomeriggio di fine estate, salutando chiunque la conoscesse, promettendo di rimanere in contatto, di scrivere, telefonare. Cose che naturalmente non fece, aveva deciso di rompere i ponti e ci riuscì perfettamente.

Terminati gli studi: nuove città, nuovi amici e nuovi amori. Costruendosi una vita su “misura”, mattone su mattone, esperienza su esperienza. La vita che aveva sempre sognato probabilmente, una bella carriera, una famiglia, una casa accogliente, amici e conoscenti con i quali condividere tutto questo.

Allora perché aveva deciso di tornare? Perché interrompere quella sequenza di perfezione che componeva la sua attuale esistenza? Forse si era resa conto che quella vita non era così perfetta come si sforzava di credere?

Oppure voleva solo tenere fede a quella promessa che fece, in cuor suo, il giorno in cui partì?

Le gomme macinavano asfalto e musica mentre si avvicinava. Le parole delle canzoni negavano un futuro, ormai diventato passato. Eva non ci aveva mai creduto, sapeva che un futuro ci sarebbe stato e aveva avuto ragione. Altri sostenevano che il futuro non è scritto e si trovava d’accordo con questa affermazione. Se fosse stato scritto probabilmente non se ne sarebbe mai andata.

Lo sguardo si spostò leggermente verso l’alto, un lieve sorriso comparve sul suo volto. Era là come sempre, come era stata in tutti questi anni, sul suo colle dominava la città dall’alto indicandole che era tornata a casa.

Ancora pochi minuti e sarebbe uscita dall’autostrada, avrebbe imboccato i viali, dopodiché proseguendo a piedi avrebbe percorso i portici e le vie che non aveva mai dimenticato. Chissà se si sarebbero riconosciute, lei e la sua città dopo tutti quegli anni. Entrambe cambiate, invecchiate, ma con la stessa voglia di ritrovarsi, come due vecchie amiche per troppo tempo separate.

Spense lo stereo, un nuovo futuro stava per essere scritto.

Eva era tornata.

 

 

Pretty vacant