Today your love… tomorrow the world

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TODAY YOUR LOVE TOMORROW THE WORLD

Non è estate se non ascolti i Ramones.

Come l’estate in cui li scoprii, ancora piccola ma avevo alle spalle anni di ascolti musicali importanti: Genesis, E.L.P., Pink Floyd, Led Zeppelin, per non parlare di tutto il cantautorato nostrano e non: Bob Dylan, Neil Young, Guccini, De Andrè, De Gregori.

Poi, quell’estate particolarmente fortunata che coincideva con il primo anno di Scuole Superiori, qualcuno arrivò con una cassetta zeppa di canzoni che non duravano più di due/tre minuti separate solo da one-two-three-four, una via l’altra. Pochi giorni e le cantavamo già tutte a memoria.

Finalmente potevi tornare ad avere quindici anni e fingere di essere incazzato senza esserlo veramente. E saltare con i pugni in alto urlando Hey oh Let’s go!

La canzone dei ricordi (una fra le tante)

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NO TEARS

Circa un anno fa rivedevo i Tuxedomoon dal vivo, in un cinema parrocchiale di provincia in compagnia di miei coetanei tutti diligentemente seduti con i telefonini accesi intenti a riprenderli.

Ho ricordato le innumerevoli volte in cui ho ascoltato questa canzone da giovane, ripetendomi come un mantra che “non ci sono lacrime per le creature della notte – i miei occhi sono asciutti”.

Inutile aggiungere che di lacrime ce ne sono state a fiumi, inutile aggiungere che non hanno suonato NO TEARS, ma ne valeva la pena.

 

Appunti di viaggio – #1

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From Willesden to Cricklewood

As I went it all looked good
Thought about my babies grown
Thought about going home
Thought about what’s done is done
We’re alive and that’s the one

Nuovo viaggio a Londra e nuovo pellegrinaggio. La convinzione che non avrei dovuto…

Invece l’ho fatto, sono andata là: Edgware Road, il sottopassaggio di ingresso alla metropolitana dedicato a Joe Strummer.

Ho pianto per la tristezza e mi sono chiesta il perché.

Perché hanno voluto intitolare a Joe un sottopassaggio, attaccando una targa alla ringhiera?

“JOE STRUMMER SUBWAY”

Forse perché il giovane “squatter” John “Woody” Mellor era solito suonare in quell’angolo di strada, all’incrocio tra Edgware Road e Harrow Road?

Ho provato tristezza, un’immensa tristezza.

Perché è un ricordo inutile, perché chi ha conosciuto Strummer non ha bisogno di una targa per ricordarlo e chi non l’ha conosciuto rimarrà indifferente a quel nome stampato su lamiera. Perché lui avrebbe odiato qualunque tipo di “celebrazione”.

E ho pensato alle parole di questa canzone, a Joe quasi cinquantenne che non ce la faceva a starsene lontano dalla musica, la sua musica. Diverso forse da quello che oltre vent’anni prima ci chiedeva e si chiedeva:

“Are you going backwards or are you going forwards?”

E lui avanti ci è sempre andato, talmente avanti da lasciarci tutti indietro.

Ho pensato che quel che è fatto è fatto

Siamo vivi e questo è quanto

 

 

TONIGHT

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TONIGHT

 

I saw my baby
She was turning blue
Oh, I knew that soon, her
Young life was through

And so I got down on my knees
Down by her bed
And these are the words
To her I said

Everything will be all right, Tonight

No one moves
No one talks
No one thinks
No one walks, Tonight

Everyone will be all right, Tonight

No one moves
No one talks
No one thinks
No one walks, Tonight, Tonight

I am gonna love her to the end
I will love her ‘til I die
I will see her in the sky…Tonight

Love will tear us apart

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love will tear us apart

Insieme varchiamo il portone di quel palazzo antico, ritrovandoci improvvisamente immersi nella luce e nei rumori della città. Rompo il ghiaccio offrendoti un passaggio. Il tuo rifiuto è un sollievo: non sopporto il pensiero di condividere altro tempo con te e con i nostri silenzi forzati. Forse ancora mi capisci e la necessità di fuggire l’uno dall’altra è reciproca.

“Grazie, preferisco camminare, non fa tanto freddo”, sussurri un ciao guardando il marciapiede e ti allontani, lo sguardo a terra e le mani infilate nelle tasche del cappotto. A passo veloce ripercorro la strada che solo due ore prima abbiamo fatto insieme. Tu camminavi di fianco a me con il viso coperto dalla sciarpa viola, la tua preferita. Ci stavano aspettando nello  studio fin troppo riscaldato. Il passaggio dal freddo al caldo ti ha riempito il viso di chiazze rosse, hai sorriso toccandoti la faccia bollente. Era già tutto pronto grazie alla loro proverbiale efficienza. Sono bastate due firme, qualche ulteriore spiegazione e tutto si è concluso. Quattro chiacchiere informali e del tutto inutili, strette di mano e sorrisi falsi ci hanno accompagnati alla porta.

Raggiungo il garage per ritirare l’auto e pago una cifra spropositata senza fiatare, all’interno c’è ancora il tuo profumo, ci rimarrà per giorni lo so, mi ha sempre infastidito quell’aroma così persistente nell’abitacolo. Sospiro abbassando il finestrino nonostante l’aria pungente, spero basti a liberarmene, vorrei servisse anche a liberarmi di te. Poi ti vedo, riconosco la colonna del portico dalla parte opposta della strada, ti ci nascondi dietro con lo sguardo a terra e le mani ancora in tasca. Esattamente come ti vidi dodici anni fa uscendo dalla facoltà dove ero appena stato proclamato “Dottore”. Allora cercavi di nasconderti da me e da chi festante mi accompagnava, il tuo volto era solo il ricordo sbiadito di una ragazza conosciuta per caso mesi prima in una città lontana. Un incontro accantonato nella mia mente insieme a tanti altri, un ricordo che era poi riemerso nelle migliaia di parole che cominciammo a scriverci e che riempirono per mesi la distanza fisica. Dodici anni fa attraversai quella strada con una stupida ghirlanda di alloro in testa per abbracciarti e chiederti di restare. Ora tu continui a cercare riparo dietro di essa per sfuggire alle tue colpe, alle tue ragioni e a chi distrattamente ti passa accanto.
Un pensiero molesto e fugace mi attraversa la mente, quasi mi spinge ad attraversare quella via, a scansare ancora una volta il traffico per raggiungerti e ricreare, come due attori impacciati, una nuova scena perché la precedente ha fallito. Mi raggiunge il suono fastidioso di un messaggio: lei mi chiede se può chiamarmi. Lei che sa sempre quando è il momento più opportuno, lei sempre così presente e mai invadente, lei che comprende e non giudica, lei che ascolta e non commenta, lei, lei che ora è tutto tranne te.
Rispondo che la chiamerò io, domani. Chissà se anche tu riceverai un messaggio da chi vorrebbe esserti accanto in questo momento, anche tu lo richiamerai domani?
Tento di riacciuffare il pensiero di prima, troppo tardi ormai: sta già svoltando l’angolo insieme a te.
Rialzo il finestrino, ancora una volta mi hai mentito: fa molto freddo oggi.

Ground control to Major Tom

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1977 Odeon TV

Lunedì 11 gennaio 2016, appena arrivata in ufficio, ricevo un messaggio su whatsapp da un vecchio amico, ci comunica la notizia della scomparsa di Bowie. La mia risposta è stata: ”Impossibile, è appena uscito un disco”. L’incredulità è stato il sentimento predominante con cui ho accolto questa notizia. Quindi Bowie, l’unica assicurazione che avevamo contro l’imperante scarsezza artistica e musicale del periodo in cui stiamo vivendo, non era più di questa terra. Sì perché fino a che ci fosse stato lui, avremmo vissuto giorni sereni, protetti dalla consapevolezza che ogni suo lavoro ci avrebbe salvato dalla sterile banalità proposta dall’attuale scena musicale. Ci ha regalato un ultimo e, secondo il mio modesto parere, intenso e innovativo album, chi altri poteva guardare la morte in faccia e rappresentarla facendola diventare un’opera d’arte, usandola a proprio favore nell’ultimo intenso atto della sua vita?

Non sono un’esperta di Bowie, non conosco a menadito tutta la sua immensa produzione discografica e artistica, ma, come la maggior parte degli amanti della musica sa, non si prescinde da the White Duke, da colui che ha attraversato cinquant’anni di storia della musica, sempre al di fuori e al di sopra di qualsiasi “ingabbiamento” lo si volesse collocare. La sua musica non ha schemi, non segue generi, Bowie è Bowie e basta.

Il mio primo incontro con Bowie risale al 1977, con l’uscita di Heroes. Ero giovanissima e fino allora lo consideravo uno “strano” personaggio, eccentrico nei suoi costumi di scena, un artista che interpretava se stesso come i personaggi delle sue canzoni che parlavano di alieni e mondi paralleli.

Sembra quasi impossibile immaginarlo ora, ma in quegli anni la RAI, l’unica televisione di Stato dell’epoca, trasmetteva programmi del calibro di Odeon che io seguivo fedelmente tutte le settimane. Quella puntata, particolarmente fortunata, dedicata a Bowie la ricordo ancora oggi a quarant’anni di distanza e grazie all’attuale tecnologia (youtube) ho potuto rinfrescarmi ulteriormente la memoria e rivivere quella stupefatta emozione nel rivedere un Bowie completamente nuovo, di una bellezza sconvolgente aggirarsi in uno studio spoglio e cantare un capolavoro come Heroes fumando una sigaretta, come se fosse la cosa più naturale di questo mondo. In quella puntata del 1977 si parlava di orientamenti sessuali, del muro di Berlino, di affermazioni provocatorie di un certo impatto, roba che oggi non immagineremmo mai potesse essere trasmessa dai network attuali. Si pensi che era solo il ’77, si cominciava vagamente a parlare di “punk”, di conseguenza il “post punk” o ciò che verrà più genericamente definito “new wave” sarebbe arrivato anni dopo. Heroes aveva già ampiamente superato anche quella fase ispirandone, probabilmente, i rappresentanti migliori. Il giorno successivo io e mia cugina, che aveva assistito insieme a me a quella storica puntata, mettendo insieme i nostri risparmi riuscimmo ad acquistare, non senza una certa soddisfazione, l’intero album perché il solo 45 giri era troppo riduttivo.

Lo ammetto Heroes fu l’unico vinile, seppure in comproprietà, che ho mai posseduto di David Bowie e, nonostante i miei gusti musicali in seguito si sarebbero orientati verso generi diversi, ho sempre apprezzato anche i brani che venivano considerati “commerciali” o, come si direbbe oggi: mainstream e comunque almeno una cassetta o in seguito un cd con i suoi maggiori successi non mi è mai mancato. Oggi che, grazie ai mezzi avanzati a nostra disposizione basta un click e in un attimo possiamo spaziare da “Changes” a “Lazarus” in pochi istanti ripercorrendo una carriera che, credo, non abbia precedenti, può essere consolatorio pensare che un cancro sia in grado di annientare un corpo ma l’Arte e il suo significato più alto non saranno mai scalfiti. Un anno fa il pianeta ha assistito attonito all’uscita di scena di uno dei suoi figli di maggior rilievo. Sarebbe bello pensare che l’uomo che un giorno cadde sulla terra sia semplicemente ritornato sulla sua stella e da lassù continui a rassicurarci alla sua maniera:

They never die, they just go to sleep one day

Seventeen Seconds

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seventeen seconds

Rientro a casa con un leggero cerchio alla testa, segno indiscutibile che l’ultimo “spritz” era sicuramente di troppo. Mi sdraio sul divano e accendo il tablet. Carla, la mia ex moglie, ha già diligentemente condiviso le foto su facebook. Scorro le immagini che ci ritraggono a lato di nostro figlio il quale sorride sfoggiando timidamente sul capo la corona di alloro da neo-laureato. L’aspetto curato e il volto sorridente di Carla sono la dimostrazione lampante di quanto il divorzio giovi maggiormente alle donne. Continuo a sfogliare le fotografie sul display e mi accorgo che, mentre osservo l’immagine felice di mio figlio ritratto insieme agli amici e alla fidanzata, la mia mente sta ripercorrendo a ritroso  i ventitre anni che mi separano dal momento in cui un’ostetrica me lo posò delicatamente tra le braccia. Ho deciso che non consentirò a quell’ultimo spritz di catapultarmi nel vortice nostalgico dei ricordi, sfioro il tasto “indietro” e mi ritrovo tra le notizie e i “post” della giornata. Scorro in fretta i complimenti e gli auguri che amici veri e virtuali, colleghi, e qualche parente rivolgono al neo-dottore e tra vignette satiriche e aforismi mi fermo  su un brano musicale. Sfioro l’immagine e alla prima nota affidata alla batteria chiudo gli occhi, non mi interessa seguire il video che accompagna il pezzo, nonostante i buoni propositi appena espressi, ricordi molto antecedenti la nascita di mio figlio prendono forma ispirati dal bellissimo intro di chitarra.

Nei primissimi anni ottanta frequentavo il liceo, vestivo prevalentemente di nero, ero alto e allampanato e cercavo di mascherare la mia timidezza con un certo atteggiamento “dark” che andava tanto di moda allora. Il mio interesse primario era la musica, tutti i miei risparmi si trasformavano in dischi, numerosi esemplari in vinile anche in versioni rare e di importazione giacciono ora impacchettati nella cantina dei miei genitori. La mia fedele compagna durante le numerose incursioni al Disco D’oro a dilapidare piccole fortune  era Sara. Io e Sara ci conoscevamo praticamente da sempre,  avevamo frequentato le stesse scuole fino alla terza media, ignorandoci fino alle superiori. In quel periodo cominciammo a frequentare una compagnia formata da  ragazzi e ragazze del nostro quartiere e scoprimmo di avere molti interessi in comune tra i quali gli stessi generi musicali. La nostra amicizia germogliata durante gli interminabili viaggi di ritorno in autobus si rinforzò poi nel corso di lunghi pomeriggi trascorsi insieme ad ascoltare e commentare quella che ritenevamo la “nostra musica”. Un giorno Sara mi consegnò una cassetta TDK C90 chiedendomi di registrarle alcuni brani, formulò richieste ben precise lasciando poi a me la decisione di riempire lo spazio rimanente con altri brani a mia scelta. Mi ci volle una sera intera a registrarla cercando di non dimenticare le canzoni da lei richieste e terminai la registrazione con uno dei brani che ascoltavo maggiormente in quel periodo: Seventeen Seconds dei Cure nonostante il genere e le atmosfere fossero decisamente diverse da quelli delle altre canzoni presenti nella cassetta.

Da quel giorno quella canzone divenne una delle sue preferite , ricordo un pomeriggio trascorso ad ascoltarla ininterrottamente, seduti sul suo letto con le schiene appoggiate al muro. Lo stesso pomeriggio in cui, per la prima ed unica volta ci baciammo. Le ragioni di quel gesto  mi sono tuttora sconosciute, forse entrambi sentivamo che la nostra amicizia era qualcosa di diverso, un sentimento più profondo ma che non riconoscevamo. Il bacio probabilmente fu una specie di prova per capire se il nostro legame  ci avrebbe condotto su altre strade. Inutile specificare che Seventeen Seconds  fu il sottofondo ideale a quel bacio dal sapore di Camel e Ceres, alla fine del quale ci dividemmo cercando l’uno nello sguardo dell’altra una sorta di interpretazione. Ciò che provammo inizialmente fu solo imbarazzo poi scoppiammo entrambi a ridere, evidentemente in quel bacio non vi era racchiuso nient’altro oltre a quella profonda  amicizia che continuò fino alla quinta liceo. Come spesso acccade le nostre strade, a causa di scelte diverse,  si divisero, io mi iscrissi a Ingegneria e lei si trasferì a Firenze a studiare Architettura. Rimanemmo in contatto per un po’ di tempo,  poi le telefonate e gli incontri iniziarono a diradarsi, cominciammo a frequentare altre persone , lei si fidanzò e la si vedeva sempre più di rado. Il suo aspetto era decisamente cambiato rispetto ai tempi del liceo,  le minigonne di “similpelle” nera e gli anfibi indossati anche in piena estate erano scomparsi per lasciare posto ad abiti “firmati” dalle più rassicuranti tinte pastello, i corti e ispidi capelli neri si erano trasformati in morbide acconciature dalle tonalità più delicate. I nostri rapporti si limitavano a frettolosi saluti quando capitava di incontrarsi durante le sue brevi visite alla famiglia. In quel periodo conobbi Carla e anche i rapporti con gli altri amici divennero via via sempre più sporadici. Alcuni anni dopo venni a sapere che Sara si era sposata, aveva abbandonato l’università e aspettava un bambino. Ai  tempi della nostra amicizia non avevamo mai condiviso le nostre aspettative per il futuro, escludendo quelle relative ad un futuro molto più prossimo che riguardava la scelta della facoltà da frequentare o il viaggio in”interrail” al conseguimento del diploma di maturità. Ero comunque certo che quella scelta era frutto di un suo desiderio e non imposta dalle circostanze. Non la vidi più da allora, la sua famiglia d’origine si era da poco trasferita in un paese della “bassa” e lei si stabilì in maniera definitiva a Firenze.

Qualche anno più tardi incontrai un’amica comune, mi raccontò che il bambino di Sara era nato con gravissime malformazioni e che probabilmente non sarebbe sopravvissuto oltre i cinque anni. Il  marito era riuscito a reggere per circa due anni  ma poi si erano lasciati. Lei era tornata a vivere con i suoi dedicandosi interamente al figlio. La notizia mi riempì d’angoscia, io e Carla eravamo sposati da poco più di un anno e da circa due mesi aspettavamo nostro figlio. Pensai spesso a Sara in quel periodo ma, sebbene sarebbe stato molto facile rintracciarla, non lo feci mai, era troppo difficile immaginarla in una situazione così dolorosa quando nel mio ricordo lei era ancora quella ragazza con cui frequentavo locali e passavo lunghi pomeriggi a scherzare e ad ascoltare musica. Gli anni sono poi trascorsi sommandosi uno all’altro, la mia vita ha continuato a seguire il suo corso sostituendo i vecchi ricordi con altri.

Un anno fa i ragazzi della vecchia “compagnia” organizzarono una di quelle serate nostalgiche per ritrovarci tutti insieme come un tempo. Fino all’ultimo momento fui indeciso se partecipare o meno ma quando mi confermarono che ci sarebbe stata anche Sara accettai con l’unico intento di rivederla. All’ultimo momento lei disdisse l’invito e parlando con l’unica amica che aveva mantenuto i rapporti con lei mi informò che dopo la scomparsa del figlio aveva trascorso anni terribili in preda a una fortissima depressione a causa della quale aveva subito anche vari ricoveri. Ora stava molto meglio, aveva un lavoro regolare e cercava in qualche modo di ricostruirsi una vita. L’amica mi diede il suo numero di telefono dicendomi che Sara sarebbe stata felice se l’avessi chiamata, parlava spesso di me ricordando la nostra esclusiva amicizia.

Dopo tutto questo tempo non ho ancora trovato il coraggio di farlo, ho rimandato per giorni, settimane e mesi. Questa sera, ascoltando le parole della canzone, seguendone le note e la melodia che mi hanno rituffato così prepotentemente nel passato facendomi ripercorrere la mia vita fino a questo istante, sono giunto alla conclusione che non è più tempo di rimandare nascondendosi dietro a scuse vigliacche e inutili.

Chiamerò Sara, ora. Non so cosa le chiederò o ciò che  racconterò di me, non so neppure se lei avrà voglia di condividere con me il dolore che ha accompagnato la sua vita negli anni successivi la nostra amicizia, ma provo il forte desiderio di sentire la sua voce e ripercorrere,  pur solo per la durata di una telefonata, gli spensierati momenti trascorsi insieme. Probabilmente basterà chiederle se anche lei ricorda questa canzone e riascoltarla insieme ancora una volta.

Per l’ennesima volta sfioro il tasto “play”, per l’ennesima volta il brano riparte. Afferro il telefono e scorro la rubrica sulla lettera “ S “.

Time slips away 
And the light begins to fade
And everything is quiet now
Feeling is gone
And the picture disappears
And everything is cold now
The dream had to end
The wish never came true
And the girl
Starts to sing

Seventeen seconds
A measure of life
Seventeen seconds

(Seventeen Seconds – The Cure – 1980)

Il primo disco non si scorda mai!

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safe european home

Il primo disco non si scorda mai! No, non il primo disco in assoluto ma, nel mio caso, il primo disco dei Clash di cui divenni legittima proprietaria.

Correva l’anno 1979, forse è meglio dire finiva poiché si era in quell’interregno racchiuso tra il dopo Natale e l’ultimo giorno dell’anno, periodo in cui mi trovavo in possesso di alcune amate vecchie lire facenti parte di regali ricevuti da nonni e parenti vari. Non ricordo quali furono le motivazioni che mi spinsero all’acquisto o la variabile che decretò che dovevo assolutamente possedere “qualcosa” di tangibile e duraturo di quella band, un album che ne sancisse l’ingresso nella mia personalissima “Hall of Fame”.

Sì perché quando decidevo che ne valeva la pena, la band in questione sarebbe passata dall’instabile e precaria dimensione delle cassette registrate al conclamato e duraturo status di vinile facente parte della mia collezione.

Il punk dalle mie parti anzi, per essere più precisi, nella compagnia che frequentavo, era arrivato da poco meno di un anno, quindi in notevole ritardo rispetto al resto del mondo, ma era arrivato e questo era importante. Quindi dopo aver abbandonato l’ascolto di “grupponi” del calibro di E.L.P. Genesis Led Zeppelin e compagnia “cantante” i nostri impianti stereo risuonavano delle note probabilmente meno virtuose ma di gran lunga più divertenti e interessanti prodotte da Sex Pistols, Ramones, TRB, Iggy Pop, Ian Dury, ecc.ecc. Nella mia personale collezione vinilica, a quel punto, mancavano solo The Clash.

Ricordo molto bene quel giorno, una fredda e soleggiata mattina invernale, con i mucchi di neve sporca ai lati delle strade. Stiamo infatti parlando di un’epoca in cui non solo esistevano  le  mezze stagioni, ma pure quelle intere, e la neve a Natale c’era per default. In compagnia delle amiche più fedeli (le adolescenti da che mondo è mondo si spostano solo in branco), risalivo tutta Via Garibaldi per raggiungere la fermata del mitico “ 42”, con le lire necessarie al mio scopo ben racchiuse nelle tasche dei jeans.

L’autobus terminava la sua corsa in Piazza Malpighi, proseguiva per Piazza S.Francesco e compiva a ritroso lo stesso percorso per tornare a Casalecchio. Da Piazza Malpighi a Via Marconi (antica residenza del Disco D’oro) il tragitto era breve, quindi facendo un rapido calcolo mezzora più tardi eravamo di nuovo sulla strada del ritorno, stringendo fra le mie mani la tanto agognata busta quadrata delle dimensioni di un 33 giri.

Questa dissertazione unicamente per spiegare l’emozione che provai quando, finalmente sola, mi preparavo ad ascoltare l’album appena acquistato. Se chiudo gli occhi riesco a immaginare e rivivere il momento in cui tolsi la protezione trasparente che ricopriva il disco studiandone la bellissima copertina dai colori rosso-blu-giallo. La scritta The Clash nera , in alto sul fondo rosso , il titolo dell’album appena sotto.

In primo piano, sulla parte gialla che rappresenta la sabbia di un deserto, un “cowboy” giace a terra con un avvoltoio chino sulla schiena e un altro sulla sabbia, mentre un soldato cinese osserva la scena da cavallo. Sul retro della copertina l’intera armata cinese avanza sventolando le bandiere rosse. E già dalla cover, nonostante le mie conoscenze storico-politiche fossero abbastanza limitate, capii che “lì dentro” non si cantava di cazzate, ma di cose serie. A quel punto si faceva scivolare con attenzione il disco dalla copertina interna e lo si puliva dalla polvere con l’apposita spazzola di velluto.

Il disco era pronto per essere adagiato delicatamente sul piatto del giradischi. La puntina veniva abbassata con attenzione sul solco iniziale producendo il tipico sfrigolamento, ci si cpredisponeva quindi  con una certa ansia ad ascoltare il brano iniziale. Sarebbe valsa la pena sottrarre i soldi spesi dall’acquisto di sigarette o altri “beni” di prima necessità (sulla cui natura preferirei soprassedere), o il vinile sfrigolante sarebbe stato accantonato in attesa di venire scambiato con un altro?

L’inizio di Safe European Home mi esplose nello stomaco come una di quelle granate evocate dalle immagini della copertina. Ciò mi bastò per capire che si era creato un legame talmente forte da resistere all’incessante passare dei tempi e al modificarsi degli stili di vita.

Presumibilmente l’acquisto di quel giorno fu forzato dal fatto che Give’em enough rope era l’unico album dei Clash presente nel negozio, se si pensa che London Calling era uscito da pochi giorni in Inghilterra e la prima edizione di The Clash era ormai introvabile. Fu sicuramente uno dei dischi dei Clash più stroncato dalle critiche e meno amato dal gruppo stesso. Tutto ciò però non sminuisce il sentimento di profondo affetto che mi lega a questo disco. Il fatto che io ricordi tutti i passaggi legati all’acquisto di quel disco a differenza di quelli legati agli altri album penso sia abbastanza significativo.

Avevo quindici anni e quel momento fatidico decretò la mia passione indiscussa per “The only band that matters”, passione che persiste nonostante quegli anni siano solo il ricordo di un tempo lontano cronologicamente ma, per quel che mi riguarda, ancora molto sentito.

Qualche mese dopo quel giorno di fine ’79 sarei stata ai piedi di un palco sul quale Joe, Mick, Paul e Topper si esibivano, l’unico loro concerto che mi fu concesso di vedere. Ma questa è un’altra storia…

The Last Gig

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Ph.: web

Se lo aspettava, dal momento in cui gli dissero che lui era in sala, sentiva che quella sera qualcosa sarebbe successo. Così non si distrasse quando, durante il primo bis percepì alcuni movimenti poi sentì il suono della sua chitarra uscire dall’amplificatore. Continuò a cantare mentre lui suonava alla sua destra, e il pubblico di fronte non poté fare a meno di notare il sorriso soddisfatto e compiaciuto mentre lo invitava a &darci dentro& con quella chitarra . Lui lo seguiva, lo assecondava divertito e concentrato come succedeva un tempo, molti anni prima, quando quella strana avventura ebbe inizio, quando erano giovani, incazzati, illusi e disillusi. La musica l’unico mezzo a loro disposizione per urlare, accusare e condannare, gli strumenti imbracciati come armi per affrontare una guerra che li aveva visti vincitori e sconfitti. Ed ora eccoli di nuovo là insieme su un palco, dopo oltre vent’anni a intonare ancora una volta le loro canzoni come grida di guerra a dimostrazione che ancora ci credevano, nonostante tutto. Sentirsi eccitati come la prima volta perché all’adrenalina che ti scorre nelle vene non ci si fa l’abitudine. Aveva gridato il suo nome, alla fine, a tutte quelle persone che cantavano e saltavano insieme a loro, poi, ancora una volta, le luci si spensero.

Dopo settimane pensava ancora che sarebbe stato possibile rimettersi insieme, l’occasione era la più propizia. E non sarebbe stata una squallida operazione di marketing, come spesso accadeva, no, ora sarebbero stati semplicemente se stessi, distanti da qualsiasi logica contrattuale ma liberi di esprimersi al meglio senza alcuna costrizione o interferenza. Lui era d’accordo, l’aveva capito quella sera, sul palco, entrambi volevano rivivere quelle emozioni quasi primitive ma necessarie alle loro esistenze, con la consapevolezza che ne valeva la pena e la presunzione che il pubblico, il loro pubblico, se lo aspettava.

Si trattava ora di convincere anche gli altri, come sempre ognuno la pensava in modo diverso, sapeva che non erano tutti d’accordo, ma era anche fermamente convinto che se era destino sarebbe successo e lui avrebbe fatto di tutto perché ciò  avvenisse. Un brivido di freddo gli attaversò improvvisamente la schiena, decise di rientrare. I cani si rincorrevano a pochi metri da lui, li chiamò con un fischio e si avviò verso casa. Si ritrovò, quasi divertito, a ripensare a tutto ciò che gli era capitato in quella parte della sua vita. Così tipico e scontato a quel punto dell’ esistenza riflettere e stilare una sorta di bilancio su quanto di interessante e unico gli era capitato, le persone incontrate, esistenze e destini incrociati per attimi o anni. Un bilancio che registrava successo, popolarità, sogni realizzati, ambizioni concretizzate contrapposti a frustrazioni, delusioni, scelte sbagliate ed errori annunciati. La difficoltà di essere se stesso, indipendente da chi ti esalta o ti annienta. Pochi giorni  e sarebbe iniziato un nuovo anno  con nuovi progetti da portare a termine tra i quali il desiderio di ricomporre il gruppo, anche solo per una notte. Ancora una volta ne valeva la pena, di questo era convinto, ancora una volta avrebbe fatto di tutto per realizzare i suoi progetti. Varcando  la soglia di casa pensò che ce n’era abbastanza per scrivere una canzone, non ora però, ora si sentiva molto stanco, forse più tardi, chissà. Si sedette e chiuse  gli occhi, lentamente.

Happy birthday Joe!