Atmosphere

your confusion my illusion

 

Walk in silence
Don’t walk away, in silence
See the danger
Always danger

Endless talking
Life rebuilding
Don’t walk away

Walk in silence
Don’t turn away, in silence
Your confusion
My illusion

Worn like a mask of self-hate
Confronts and then dies
Don’t walk away

People like you find it easy
Naked to see
Walking on air
Hunting by the rivers, through the streets, every corner

Abandoned too soon
Set down with due care
Don’t walk away in silence
Don’t walk away

Vite interrotte

download

perchè fa ancora male…

Anna rivolge un ultimo sguardo all’enorme tabellone nero che illustra i treni in partenza e in arrivo. Le piace guardare le lettere bianche che scorrono modificando le destinazioni e il numero dei binari.

Prova a concentrarsi sugli annunci pronunciati dalla voce all’altoparlante ma fatica a capire le frasi che rimbombano nell’affollato ingresso della stazione. Sa già che il treno con cui arriverà Marco è in ritardo, l’ha chiesto poco istanti prima al bigliettaio mentre le consegnava i due biglietti per Rimini. L’uomo non è stato molto preciso innervosito probabilmente dalla lunga fila alle sue spalle.

Un rapido sguardo all’orologio: le 10,00 e l’altoparlante ha appena annunciato un ritardo di quaranta minuti. Con il dito appoggiato sul vetro della bacheca, cerca sul tabellone giallo gli orari di partenza per Rimini, forse riusciranno a prendere il treno delle 11,10 al binario cinque. Si guarda intorno un po’ smarrita, quaranta minuti di attesa prima che arrivi Marco, sperando che il suo treno non accumuli altro ritardo, cosa molto probabile. Il caldo e l’umidità che provengono dall’esterno le fanno scartare l’idea di ingannare il tempo tra i banchetti della vicina Piazzola.

Lancia una rapida occhiata nel vetro della porta della sala d’aspetto mentre vi entra. E’ soddisfatta dei suoi capelli neri, con quel taglio un po’ bizzarro da folletto e il ciuffo decolorato che ricorda “Crudelia Demon”.  Attraversa la sala incrociando gli sguardi di disapprovazione di alcune persone. Vorrebbe far loro notare che siamo nel 1980 ed è ora che si diano una “svegliata”. Scrolla le spalle, in fondo: “Chissenefrega”, è abituata ormai alle critiche da parte dei professori e dei parenti rivolte al suo abbigliamento. La mamma spesso difendendola risponde loro che “è la moda, l’importante è che faccia il suo dovere a scuola e che non si droghi”.

Anna trova una sedia libera e si siede, leggermente infastidita dalle urla stridule dei bambini che si rincorrono tra i bagagli abbandonati a terra e dal vociare ininterrotto degli adulti.  Il tempo sembra non passare mai, avrebbe voglia di chiacchierare con qualcuno. Riconosce una ragazza seduta all’angolo opposto al suo, frequenta la sua scuola, Quarta C. Potrebbe andare da lei con la scusa di chiederle una sigaretta e fare due chiacchiere ma non trovandosi molto simpatiche continuano a ignorarsi reciprocamente.

Pensa a Marco, Anna e Marco …. Suona bene, talmente bene che anche Dalla ci ha scritto una canzone, certamente non è il genere musicale che amano, ma da quando stanno insieme ogni volta che passa in radio, lei non cambia più stazione. Le piace la musicalità dei loro nomi affiancati e ripete mentalmente la strofa finale, sorridendo al pensiero che fra poco meno di un’ora saliranno su un treno diretto al mare per trascorrere insieme il week end.

Anna apre la sua sacca di nylon nera, dentro un costume di ricambio, il sacco a pelo, il registratore portatile con alcune cassette e l’inseparabile agenda. Le sue poesie demenziali, i suoi disegni e pensieri sono rinchiusi tra quelle pagine. A Marco piace sfogliarla, ciò che scrive lo diverte, dice che ricordano i testi degli Skiantos. Secondo lui Anna ha talento e dovrebbe coltivarlo, è stato l’unico finora che ha riconosciuto in lei una particolare attitudine. Sicuramente non i suoi genitori i quali non si aspettano da lei grandi cose: una media decente a scuola e una probabile laurea in lingue o in lettere perché l’insegnamento, dice la mamma, “è il lavoro più adatto a una donna con famiglia”, dando ovviamente per scontato che quella è la vita che desidera. Il futuro ora le pare così distante, ancora un anno di Liceo poi chissà…

Fra poco più di un mese Marco terminerà il servizio militare e potrà riprendere i suoi studi al DAMS ma nelle ultime lettere descriveva animatamente il suo desiderio di andarsene.  Anna passerebbe ore ad ascoltarlo mentre Marco racconta i suoi sogni e progetti. Un futuro declinato al plurale che comprende anche lei. Questa è la ragione per cui lo ama tanto.

Una rapida occhiata all’orologio, questo tempo “bastardo” pare non passare, minuti interminabili la separano dal mare, dal suo week end finalmente libero, ma soprattutto da Marco. L’agenda fidata aperta sulle gambe e la mente che rincorre un’ispirazione che non arriva. Troppa confusione, troppo caldo e sono appena le 10,20. A pensarci bene il giro in Piazzola non sarebbe stato una cattiva idea, ma ormai le conviene aspettare pazientemente.

Osserva la pagina bianca davanti a sé, cerca nell’astuccio il pennarello rosso e traccia un cuore grande quanto il foglio. Troppo banale forse come soggetto ma esprime al massimo ciò che Anna prova in quel breve momento di attesa.

Solo pochi istanti e non rimarrà traccia di una sacca di nylon nera e del suo contenuto, un costume di ricambio e un sacco a pelo, tanti sogni e un futuro interrotto, di un’agenda aperta con un cuore rosso, appena tracciato sulla data:  2 agosto 1980.

(Nel rispetto di tutte le vittime reali e delle loro famiglie vorrei precisare che personaggi, nomi e situazioni sono completamente frutto di fantasia. Altrettanto non si può dire, purtroppo, degli avvenimenti)

 

The public image belongs to… him

download (11)

public image

il giorno in cui Lydon ci spiegò alcune cose e lo fece, come sempre, a modo suo…

Hello, hello, hello (ha, ha, ha)

You never listen to a word that I said
You only seen me
For the clothes that I wear

Or did the interest go so much deeper
It must have been
The colour of my hair

The Public Image

What you wanted was never made clear
Behind the image was ignorance and fear
You hide behind this public machine
Still follow same old scheme

Public Image

Two sides to every story
Somebody had to stop me
I’m not the same as when I began
I will not be treated as property

Public Image

Two sides to every story
Somebody had to stop me
I’m not the same as when I began
Its not a game of monopoly

Public image

Public image
You got what you wanted
The public image belongs to me
It’s my entrance
My own creation
My grand finale
My goodbye

Public image
Goodbye

Eva è tornata

download

(il mio racconto pubblicato nella raccolta “RACCONTI EMILIANI” casa editrice Historica – 2017)

Eva aveva deciso di tornare.

Una decisione maturata negli ultimi mesi o, forse, oltre trent’anni prima, nell’esatto momento in cui se ne era andata.

Poco più di trenta chilometri la dividevano dall’uscita dell’autostrada, uno per ogni anno in cui era stata lontana. Decise di colmare la distanza spazio-temporale inserendo il cd dei Sex Pistols nello stereo, considerandolo la colonna sonora più adatta all’occasione.

Un ritorno in grande stile o, piuttosto, in sordina?

Sarebbero state le ore, i giorni successivi a rispondere al quesito, per il momento si godeva l’ultimo tratto di strada scandito dalle note irriverenti riprodotte nell’abitacolo.

A vent’anni decise di andarsene camuffando la sua scelta nella necessità di allargare i suoi orizzonti. Che frase banale e scontata! Allora il suo più grande desiderio era stupire gli altri, adottare stili di vita alternativi per guadagnarsi una collocazione nel mondo, una sorta di etichetta che definisse il suo ruolo e ne sancisse l’esistenza nell’universo. In fin dei conti era questo lo scopo dell’adolescenza e della prima giovinezza: definirti. Probabilmente pensava che la scelta di andarsene, di vivere in altre città, non fosse altro che la diretta e naturale conseguenza del personaggio che aveva deciso di interpretare.

Così se ne andò, inizialmente a studiare in una città all’estero. Quasi una sfida verso sé stessa, indecisa se essere spaventata o eccitata dalla nuova vita che si era scelta. Ritrovarsi sola, lontana da casa, dove ogni cosa era sconosciuta e a volte ostile l’aveva spronata a fare delle scelte, a capire quale sarebbe stata la strada che avrebbe intrapreso.

Solo molti anni dopo si sarebbe resa conto che la sua non era stata altro che una fuga da una vita che sentiva sfuggirle dalle mani e nella quale stentava ormai a riconoscersi. Sapeva che difficilmente sarebbe riuscita a condurla sui binari che si stava prefiggendo di seguire. No, non ce l’avrebbe fatta continuando a frequentare i soliti amici, continuando a fidarsi di due occhi che promettevano senza mantenere, continuando a vivere in una città della quale conosceva ogni angolo ma che ritrovava sempre più estranea.

Eva partì un pomeriggio di fine estate, salutando chiunque la conoscesse, promettendo di rimanere in contatto, di scrivere, telefonare. Cose che naturalmente non fece, aveva deciso di rompere i ponti e ci riuscì perfettamente.

Terminati gli studi: nuove città, nuovi amici e nuovi amori. Costruendosi una vita su “misura”, mattone su mattone, esperienza su esperienza. La vita che aveva sempre sognato probabilmente, una bella carriera, una famiglia, una casa accogliente, amici e conoscenti con i quali condividere tutto questo.

Allora perché aveva deciso di tornare? Perché interrompere quella sequenza di perfezione che componeva la sua attuale esistenza? Forse si era resa conto che quella vita non era così perfetta come si sforzava di credere?

Oppure voleva solo tenere fede a quella promessa che fece, in cuor suo, il giorno in cui partì?

Le gomme macinavano asfalto e musica mentre si avvicinava. Le parole delle canzoni negavano un futuro, ormai diventato passato. Eva non ci aveva mai creduto, sapeva che un futuro ci sarebbe stato e aveva avuto ragione. Altri sostenevano che il futuro non è scritto e si trovava d’accordo con questa affermazione. Se fosse stato scritto probabilmente non se ne sarebbe mai andata.

Lo sguardo si spostò leggermente verso l’alto, un lieve sorriso comparve sul suo volto. Era là come sempre, come era stata in tutti questi anni, sul suo colle dominava la città dall’alto indicandole che era tornata a casa.

Ancora pochi minuti e sarebbe uscita dall’autostrada, avrebbe imboccato i viali, dopodiché proseguendo a piedi avrebbe percorso i portici e le vie che non aveva mai dimenticato. Chissà se si sarebbero riconosciute, lei e la sua città dopo tutti quegli anni. Entrambe cambiate, invecchiate, ma con la stessa voglia di ritrovarsi, come due vecchie amiche per troppo tempo separate.

Spense lo stereo, un nuovo futuro stava per essere scritto.

Eva era tornata.

 

 

Pretty vacant

 

Today your love… tomorrow the world

cbgbrams

today your love tomorrow the world

Non è estate se non ascolti i Ramones.

Come l’estate in cui li scoprii, ancora piccola ma avevo alle spalle anni di ascolti musicali importanti: Genesis, E.L.P., Pink Floyd, Led Zeppelin, per non parlare di tutto il cantautorato nostrano e non: Bob Dylan, Neil Young, Guccini, De Andrè, De Gregori.

Poi, quell’estate particolarmente fortunata che coincideva con il primo anno di Scuole Superiori, qualcuno arrivò con una cassetta zeppa di canzoni che non duravano più di due/tre minuti separate solo da one-two-three-four, una via l’altra. Pochi giorni e le cantavamo già tutte a memoria.

Finalmente potevi tornare ad avere quindici anni e fingere di essere incazzato senza esserlo veramente. E saltare con i pugni in alto urlando Hey oh Let’s go!

La canzone dei ricordi (una fra le tante)

download (9)

NO TEARS

Circa un anno fa rivedevo i Tuxedomoon dal vivo, in un cinema parrocchiale di provincia in compagnia di miei coetanei tutti diligentemente seduti con i telefonini accesi intenti a riprenderli.

Ho ricordato le innumerevoli volte in cui ho ascoltato questa canzone da giovane, ripetendomi come un mantra che “non ci sono lacrime per le creature della notte – i miei occhi sono asciutti”.

Inutile aggiungere che di lacrime ce ne sono state a fiumi, inutile aggiungere che non hanno suonato NO TEARS, ma ne valeva la pena.

 

Appunti di viaggio – #1

IMG_5844

From Willesden to Cricklewood

As I went it all looked good
Thought about my babies grown
Thought about going home
Thought about what’s done is done
We’re alive and that’s the one

Nuovo viaggio a Londra e nuovo pellegrinaggio. La convinzione che non avrei dovuto…

Invece l’ho fatto, sono andata là: Edgware Road, il sottopassaggio di ingresso alla metropolitana dedicato a Joe Strummer.

Ho pianto per la tristezza e mi sono chiesta il perché.

Perché hanno voluto intitolare a Joe un sottopassaggio, attaccando una targa alla ringhiera?

“JOE STRUMMER SUBWAY”

Forse perché il giovane “squatter” John “Woody” Mellor era solito suonare in quell’angolo di strada, all’incrocio tra Edgware Road e Harrow Road?

Ho provato tristezza, un’immensa tristezza.

Perché è un ricordo inutile, perché chi ha conosciuto Strummer non ha bisogno di una targa per ricordarlo e chi non l’ha conosciuto rimarrà indifferente a quel nome stampato su lamiera. Perché lui avrebbe odiato qualunque tipo di “celebrazione”.

E ho pensato alle parole di questa canzone, a Joe quasi cinquantenne che non ce la faceva a starsene lontano dalla musica, la sua musica. Diverso forse da quello che oltre vent’anni prima ci chiedeva e si chiedeva:

“Are you going backwards or are you going forwards?”

E lui avanti ci è sempre andato, talmente avanti da lasciarci tutti indietro.

Ho pensato che quel che è fatto è fatto

Siamo vivi e questo è quanto

 

 

TONIGHT

images

 

 

 

 

 

 

TONIGHT

 

I saw my baby
She was turning blue
Oh, I knew that soon, her
Young life was through

And so I got down on my knees
Down by her bed
And these are the words
To her I said

Everything will be all right, Tonight

No one moves
No one talks
No one thinks
No one walks, Tonight

Everyone will be all right, Tonight

No one moves
No one talks
No one thinks
No one walks, Tonight, Tonight

I am gonna love her to the end
I will love her ‘til I die
I will see her in the sky…Tonight

Love will tear us apart

images

love will tear us apart

Insieme varchiamo il portone di quel palazzo antico, ritrovandoci improvvisamente immersi nella luce e nei rumori della città. Rompo il ghiaccio offrendoti un passaggio. Il tuo rifiuto è un sollievo: non sopporto il pensiero di condividere altro tempo con te e con i nostri silenzi forzati. Forse ancora mi capisci e la necessità di fuggire l’uno dall’altra è reciproca.

“Grazie, preferisco camminare, non fa tanto freddo”, sussurri un ciao guardando il marciapiede e ti allontani, lo sguardo a terra e le mani infilate nelle tasche del cappotto. A passo veloce ripercorro la strada che solo due ore prima abbiamo fatto insieme. Tu camminavi di fianco a me con il viso coperto dalla sciarpa viola, la tua preferita. Ci stavano aspettando nello  studio fin troppo riscaldato. Il passaggio dal freddo al caldo ti ha riempito il viso di chiazze rosse, hai sorriso toccandoti la faccia bollente. Era già tutto pronto grazie alla loro proverbiale efficienza. Sono bastate due firme, qualche ulteriore spiegazione e tutto si è concluso. Quattro chiacchiere informali e del tutto inutili, strette di mano e sorrisi falsi ci hanno accompagnati alla porta.

Raggiungo il garage per ritirare l’auto e pago una cifra spropositata senza fiatare, all’interno c’è ancora il tuo profumo, ci rimarrà per giorni lo so, mi ha sempre infastidito quell’aroma così persistente nell’abitacolo. Sospiro abbassando il finestrino nonostante l’aria pungente, spero basti a liberarmene, vorrei servisse anche a liberarmi di te. Poi ti vedo, riconosco la colonna del portico dalla parte opposta della strada, ti ci nascondi dietro con lo sguardo a terra e le mani ancora in tasca. Esattamente come ti vidi dodici anni fa uscendo dalla facoltà dove ero appena stato proclamato “Dottore”. Allora cercavi di nasconderti da me e da chi festante mi accompagnava, il tuo volto era solo il ricordo sbiadito di una ragazza conosciuta per caso mesi prima in una città lontana. Un incontro accantonato nella mia mente insieme a tanti altri, un ricordo che era poi riemerso nelle migliaia di parole che cominciammo a scriverci e che riempirono per mesi la distanza fisica. Dodici anni fa attraversai quella strada con una stupida ghirlanda di alloro in testa per abbracciarti e chiederti di restare. Ora tu continui a cercare riparo dietro di essa per sfuggire alle tue colpe, alle tue ragioni e a chi distrattamente ti passa accanto.
Un pensiero molesto e fugace mi attraversa la mente, quasi mi spinge ad attraversare quella via, a scansare ancora una volta il traffico per raggiungerti e ricreare, come due attori impacciati, una nuova scena perché la precedente ha fallito. Mi raggiunge il suono fastidioso di un messaggio: lei mi chiede se può chiamarmi. Lei che sa sempre quando è il momento più opportuno, lei sempre così presente e mai invadente, lei che comprende e non giudica, lei che ascolta e non commenta, lei, lei che ora è tutto tranne te.
Rispondo che la chiamerò io, domani. Chissà se anche tu riceverai un messaggio da chi vorrebbe esserti accanto in questo momento, anche tu lo richiamerai domani?
Tento di riacciuffare il pensiero di prima, troppo tardi ormai: sta già svoltando l’angolo insieme a te.
Rialzo il finestrino, ancora una volta mi hai mentito: fa molto freddo oggi.