Vite interrotte

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perchè fa ancora male…

Anna rivolge un ultimo sguardo all’enorme tabellone nero che illustra i treni in partenza e in arrivo. Le piace guardare le lettere bianche che scorrono modificando le destinazioni e il numero dei binari.

Prova a concentrarsi sugli annunci pronunciati dalla voce all’altoparlante ma fatica a capire le frasi che rimbombano nell’affollato ingresso della stazione. Sa già che il treno con cui arriverà Marco è in ritardo, l’ha chiesto poco istanti prima al bigliettaio mentre le consegnava i due biglietti per Rimini. L’uomo non è stato molto preciso innervosito probabilmente dalla lunga fila alle sue spalle.

Un rapido sguardo all’orologio: le 10,00 e l’altoparlante ha appena annunciato un ritardo di quaranta minuti. Con il dito appoggiato sul vetro della bacheca, cerca sul tabellone giallo gli orari di partenza per Rimini, forse riusciranno a prendere il treno delle 11,10 al binario cinque. Si guarda intorno un po’ smarrita, quaranta minuti di attesa prima che arrivi Marco, sperando che il suo treno non accumuli altro ritardo, cosa molto probabile. Il caldo e l’umidità che provengono dall’esterno le fanno scartare l’idea di ingannare il tempo tra i banchetti della vicina Piazzola.

Lancia una rapida occhiata nel vetro della porta della sala d’aspetto mentre vi entra. E’ soddisfatta dei suoi capelli neri, con quel taglio un po’ bizzarro da folletto e il ciuffo decolorato che ricorda “Crudelia Demon”.  Attraversa la sala incrociando gli sguardi di disapprovazione di alcune persone. Vorrebbe far loro notare che siamo nel 1980 ed è ora che si diano una “svegliata”. Scrolla le spalle, in fondo: “Chissenefrega”, è abituata ormai alle critiche da parte dei professori e dei parenti rivolte al suo abbigliamento. La mamma spesso difendendola risponde loro che “è la moda, l’importante è che faccia il suo dovere a scuola e che non si droghi”.

Anna trova una sedia libera e si siede, leggermente infastidita dalle urla stridule dei bambini che si rincorrono tra i bagagli abbandonati a terra e dal vociare ininterrotto degli adulti.  Il tempo sembra non passare mai, avrebbe voglia di chiacchierare con qualcuno. Riconosce una ragazza seduta all’angolo opposto al suo, frequenta la sua scuola, Quarta C. Potrebbe andare da lei con la scusa di chiederle una sigaretta e fare due chiacchiere ma non trovandosi molto simpatiche continuano a ignorarsi reciprocamente.

Pensa a Marco, Anna e Marco …. Suona bene, talmente bene che anche Dalla ci ha scritto una canzone, certamente non è il genere musicale che amano, ma da quando stanno insieme ogni volta che passa in radio, lei non cambia più stazione. Le piace la musicalità dei loro nomi affiancati e ripete mentalmente la strofa finale, sorridendo al pensiero che fra poco meno di un’ora saliranno su un treno diretto al mare per trascorrere insieme il week end.

Anna apre la sua sacca di nylon nera, dentro un costume di ricambio, il sacco a pelo, il registratore portatile con alcune cassette e l’inseparabile agenda. Le sue poesie demenziali, i suoi disegni e pensieri sono rinchiusi tra quelle pagine. A Marco piace sfogliarla, ciò che scrive lo diverte, dice che ricordano i testi degli Skiantos. Secondo lui Anna ha talento e dovrebbe coltivarlo, è stato l’unico finora che ha riconosciuto in lei una particolare attitudine. Sicuramente non i suoi genitori i quali non si aspettano da lei grandi cose: una media decente a scuola e una probabile laurea in lingue o in lettere perché l’insegnamento, dice la mamma, “è il lavoro più adatto a una donna con famiglia”, dando ovviamente per scontato che quella è la vita che desidera. Il futuro ora le pare così distante, ancora un anno di Liceo poi chissà…

Fra poco più di un mese Marco terminerà il servizio militare e potrà riprendere i suoi studi al DAMS ma nelle ultime lettere descriveva animatamente il suo desiderio di andarsene.  Anna passerebbe ore ad ascoltarlo mentre Marco racconta i suoi sogni e progetti. Un futuro declinato al plurale che comprende anche lei. Questa è la ragione per cui lo ama tanto.

Una rapida occhiata all’orologio, questo tempo “bastardo” pare non passare, minuti interminabili la separano dal mare, dal suo week end finalmente libero, ma soprattutto da Marco. L’agenda fidata aperta sulle gambe e la mente che rincorre un’ispirazione che non arriva. Troppa confusione, troppo caldo e sono appena le 10,20. A pensarci bene il giro in Piazzola non sarebbe stato una cattiva idea, ma ormai le conviene aspettare pazientemente.

Osserva la pagina bianca davanti a sé, cerca nell’astuccio il pennarello rosso e traccia un cuore grande quanto il foglio. Troppo banale forse come soggetto ma esprime al massimo ciò che Anna prova in quel breve momento di attesa.

Solo pochi istanti e non rimarrà traccia di una sacca di nylon nera e del suo contenuto, un costume di ricambio e un sacco a pelo, tanti sogni e un futuro interrotto, di un’agenda aperta con un cuore rosso, appena tracciato sulla data:  2 agosto 1980.

(Nel rispetto di tutte le vittime reali e delle loro famiglie vorrei precisare che personaggi, nomi e situazioni sono completamente frutto di fantasia. Altrettanto non si può dire, purtroppo, degli avvenimenti)

 

Eva è tornata

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(il mio racconto pubblicato nella raccolta “RACCONTI EMILIANI” casa editrice Historica – 2017)

Eva aveva deciso di tornare.

Una decisione maturata negli ultimi mesi o, forse, oltre trent’anni prima, nell’esatto momento in cui se ne era andata.

Poco più di trenta chilometri la dividevano dall’uscita dell’autostrada, uno per ogni anno in cui era stata lontana. Decise di colmare la distanza spazio-temporale inserendo il cd dei Sex Pistols nello stereo, considerandolo la colonna sonora più adatta all’occasione.

Un ritorno in grande stile o, piuttosto, in sordina?

Sarebbero state le ore, i giorni successivi a rispondere al quesito, per il momento si godeva l’ultimo tratto di strada scandito dalle note irriverenti riprodotte nell’abitacolo.

A vent’anni decise di andarsene camuffando la sua scelta nella necessità di allargare i suoi orizzonti. Che frase banale e scontata! Allora il suo più grande desiderio era stupire gli altri, adottare stili di vita alternativi per guadagnarsi una collocazione nel mondo, una sorta di etichetta che definisse il suo ruolo e ne sancisse l’esistenza nell’universo. In fin dei conti era questo lo scopo dell’adolescenza e della prima giovinezza: definirti. Probabilmente pensava che la scelta di andarsene, di vivere in altre città, non fosse altro che la diretta e naturale conseguenza del personaggio che aveva deciso di interpretare.

Così se ne andò, inizialmente a studiare in una città all’estero. Quasi una sfida verso sé stessa, indecisa se essere spaventata o eccitata dalla nuova vita che si era scelta. Ritrovarsi sola, lontana da casa, dove ogni cosa era sconosciuta e a volte ostile l’aveva spronata a fare delle scelte, a capire quale sarebbe stata la strada che avrebbe intrapreso.

Solo molti anni dopo si sarebbe resa conto che la sua non era stata altro che una fuga da una vita che sentiva sfuggirle dalle mani e nella quale stentava ormai a riconoscersi. Sapeva che difficilmente sarebbe riuscita a condurla sui binari che si stava prefiggendo di seguire. No, non ce l’avrebbe fatta continuando a frequentare i soliti amici, continuando a fidarsi di due occhi che promettevano senza mantenere, continuando a vivere in una città della quale conosceva ogni angolo ma che ritrovava sempre più estranea.

Eva partì un pomeriggio di fine estate, salutando chiunque la conoscesse, promettendo di rimanere in contatto, di scrivere, telefonare. Cose che naturalmente non fece, aveva deciso di rompere i ponti e ci riuscì perfettamente.

Terminati gli studi: nuove città, nuovi amici e nuovi amori. Costruendosi una vita su “misura”, mattone su mattone, esperienza su esperienza. La vita che aveva sempre sognato probabilmente, una bella carriera, una famiglia, una casa accogliente, amici e conoscenti con i quali condividere tutto questo.

Allora perché aveva deciso di tornare? Perché interrompere quella sequenza di perfezione che componeva la sua attuale esistenza? Forse si era resa conto che quella vita non era così perfetta come si sforzava di credere?

Oppure voleva solo tenere fede a quella promessa che fece, in cuor suo, il giorno in cui partì?

Le gomme macinavano asfalto e musica mentre si avvicinava. Le parole delle canzoni negavano un futuro, ormai diventato passato. Eva non ci aveva mai creduto, sapeva che un futuro ci sarebbe stato e aveva avuto ragione. Altri sostenevano che il futuro non è scritto e si trovava d’accordo con questa affermazione. Se fosse stato scritto probabilmente non se ne sarebbe mai andata.

Lo sguardo si spostò leggermente verso l’alto, un lieve sorriso comparve sul suo volto. Era là come sempre, come era stata in tutti questi anni, sul suo colle dominava la città dall’alto indicandole che era tornata a casa.

Ancora pochi minuti e sarebbe uscita dall’autostrada, avrebbe imboccato i viali, dopodiché proseguendo a piedi avrebbe percorso i portici e le vie che non aveva mai dimenticato. Chissà se si sarebbero riconosciute, lei e la sua città dopo tutti quegli anni. Entrambe cambiate, invecchiate, ma con la stessa voglia di ritrovarsi, come due vecchie amiche per troppo tempo separate.

Spense lo stereo, un nuovo futuro stava per essere scritto.

Eva era tornata.

 

 

Pretty vacant

 

Love will tear us apart

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love will tear us apart

Insieme varchiamo il portone di quel palazzo antico, ritrovandoci improvvisamente immersi nella luce e nei rumori della città. Rompo il ghiaccio offrendoti un passaggio. Il tuo rifiuto è un sollievo: non sopporto il pensiero di condividere altro tempo con te e con i nostri silenzi forzati. Forse ancora mi capisci e la necessità di fuggire l’uno dall’altra è reciproca.

“Grazie, preferisco camminare, non fa tanto freddo”, sussurri un ciao guardando il marciapiede e ti allontani, lo sguardo a terra e le mani infilate nelle tasche del cappotto. A passo veloce ripercorro la strada che solo due ore prima abbiamo fatto insieme. Tu camminavi di fianco a me con il viso coperto dalla sciarpa viola, la tua preferita. Ci stavano aspettando nello  studio fin troppo riscaldato. Il passaggio dal freddo al caldo ti ha riempito il viso di chiazze rosse, hai sorriso toccandoti la faccia bollente. Era già tutto pronto grazie alla loro proverbiale efficienza. Sono bastate due firme, qualche ulteriore spiegazione e tutto si è concluso. Quattro chiacchiere informali e del tutto inutili, strette di mano e sorrisi falsi ci hanno accompagnati alla porta.

Raggiungo il garage per ritirare l’auto e pago una cifra spropositata senza fiatare, all’interno c’è ancora il tuo profumo, ci rimarrà per giorni lo so, mi ha sempre infastidito quell’aroma così persistente nell’abitacolo. Sospiro abbassando il finestrino nonostante l’aria pungente, spero basti a liberarmene, vorrei servisse anche a liberarmi di te. Poi ti vedo, riconosco la colonna del portico dalla parte opposta della strada, ti ci nascondi dietro con lo sguardo a terra e le mani ancora in tasca. Esattamente come ti vidi dodici anni fa uscendo dalla facoltà dove ero appena stato proclamato “Dottore”. Allora cercavi di nasconderti da me e da chi festante mi accompagnava, il tuo volto era solo il ricordo sbiadito di una ragazza conosciuta per caso mesi prima in una città lontana. Un incontro accantonato nella mia mente insieme a tanti altri, un ricordo che era poi riemerso nelle migliaia di parole che cominciammo a scriverci e che riempirono per mesi la distanza fisica. Dodici anni fa attraversai quella strada con una stupida ghirlanda di alloro in testa per abbracciarti e chiederti di restare. Ora tu continui a cercare riparo dietro di essa per sfuggire alle tue colpe, alle tue ragioni e a chi distrattamente ti passa accanto.
Un pensiero molesto e fugace mi attraversa la mente, quasi mi spinge ad attraversare quella via, a scansare ancora una volta il traffico per raggiungerti e ricreare, come due attori impacciati, una nuova scena perché la precedente ha fallito. Mi raggiunge il suono fastidioso di un messaggio: lei mi chiede se può chiamarmi. Lei che sa sempre quando è il momento più opportuno, lei sempre così presente e mai invadente, lei che comprende e non giudica, lei che ascolta e non commenta, lei, lei che ora è tutto tranne te.
Rispondo che la chiamerò io, domani. Chissà se anche tu riceverai un messaggio da chi vorrebbe esserti accanto in questo momento, anche tu lo richiamerai domani?
Tento di riacciuffare il pensiero di prima, troppo tardi ormai: sta già svoltando l’angolo insieme a te.
Rialzo il finestrino, ancora una volta mi hai mentito: fa molto freddo oggi.

Seventeen Seconds

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seventeen seconds

Rientro a casa con un leggero cerchio alla testa, segno indiscutibile che l’ultimo “spritz” era sicuramente di troppo. Mi sdraio sul divano e accendo il tablet. Carla, la mia ex moglie, ha già diligentemente condiviso le foto su facebook. Scorro le immagini che ci ritraggono a lato di nostro figlio il quale sorride sfoggiando timidamente sul capo la corona di alloro da neo-laureato. L’aspetto curato e il volto sorridente di Carla sono la dimostrazione lampante di quanto il divorzio giovi maggiormente alle donne. Continuo a sfogliare le fotografie sul display e mi accorgo che, mentre osservo l’immagine felice di mio figlio ritratto insieme agli amici e alla fidanzata, la mia mente sta ripercorrendo a ritroso  i ventitre anni che mi separano dal momento in cui un’ostetrica me lo posò delicatamente tra le braccia. Ho deciso che non consentirò a quell’ultimo spritz di catapultarmi nel vortice nostalgico dei ricordi, sfioro il tasto “indietro” e mi ritrovo tra le notizie e i “post” della giornata. Scorro in fretta i complimenti e gli auguri che amici veri e virtuali, colleghi, e qualche parente rivolgono al neo-dottore e tra vignette satiriche e aforismi mi fermo  su un brano musicale. Sfioro l’immagine e alla prima nota affidata alla batteria chiudo gli occhi, non mi interessa seguire il video che accompagna il pezzo, nonostante i buoni propositi appena espressi, ricordi molto antecedenti la nascita di mio figlio prendono forma ispirati dal bellissimo intro di chitarra.

Nei primissimi anni ottanta frequentavo il liceo, vestivo prevalentemente di nero, ero alto e allampanato e cercavo di mascherare la mia timidezza con un certo atteggiamento “dark” che andava tanto di moda allora. Il mio interesse primario era la musica, tutti i miei risparmi si trasformavano in dischi, numerosi esemplari in vinile anche in versioni rare e di importazione giacciono ora impacchettati nella cantina dei miei genitori. La mia fedele compagna durante le numerose incursioni al Disco D’oro a dilapidare piccole fortune  era Sara. Io e Sara ci conoscevamo praticamente da sempre,  avevamo frequentato le stesse scuole fino alla terza media, ignorandoci fino alle superiori. In quel periodo cominciammo a frequentare una compagnia formata da  ragazzi e ragazze del nostro quartiere e scoprimmo di avere molti interessi in comune tra i quali gli stessi generi musicali. La nostra amicizia germogliata durante gli interminabili viaggi di ritorno in autobus si rinforzò poi nel corso di lunghi pomeriggi trascorsi insieme ad ascoltare e commentare quella che ritenevamo la “nostra musica”. Un giorno Sara mi consegnò una cassetta TDK C90 chiedendomi di registrarle alcuni brani, formulò richieste ben precise lasciando poi a me la decisione di riempire lo spazio rimanente con altri brani a mia scelta. Mi ci volle una sera intera a registrarla cercando di non dimenticare le canzoni da lei richieste e terminai la registrazione con uno dei brani che ascoltavo maggiormente in quel periodo: Seventeen Seconds dei Cure nonostante il genere e le atmosfere fossero decisamente diverse da quelli delle altre canzoni presenti nella cassetta.

Da quel giorno quella canzone divenne una delle sue preferite , ricordo un pomeriggio trascorso ad ascoltarla ininterrottamente, seduti sul suo letto con le schiene appoggiate al muro. Lo stesso pomeriggio in cui, per la prima ed unica volta ci baciammo. Le ragioni di quel gesto  mi sono tuttora sconosciute, forse entrambi sentivamo che la nostra amicizia era qualcosa di diverso, un sentimento più profondo ma che non riconoscevamo. Il bacio probabilmente fu una specie di prova per capire se il nostro legame  ci avrebbe condotto su altre strade. Inutile specificare che Seventeen Seconds  fu il sottofondo ideale a quel bacio dal sapore di Camel e Ceres, alla fine del quale ci dividemmo cercando l’uno nello sguardo dell’altra una sorta di interpretazione. Ciò che provammo inizialmente fu solo imbarazzo poi scoppiammo entrambi a ridere, evidentemente in quel bacio non vi era racchiuso nient’altro oltre a quella profonda  amicizia che continuò fino alla quinta liceo. Come spesso acccade le nostre strade, a causa di scelte diverse,  si divisero, io mi iscrissi a Ingegneria e lei si trasferì a Firenze a studiare Architettura. Rimanemmo in contatto per un po’ di tempo,  poi le telefonate e gli incontri iniziarono a diradarsi, cominciammo a frequentare altre persone , lei si fidanzò e la si vedeva sempre più di rado. Il suo aspetto era decisamente cambiato rispetto ai tempi del liceo,  le minigonne di “similpelle” nera e gli anfibi indossati anche in piena estate erano scomparsi per lasciare posto ad abiti “firmati” dalle più rassicuranti tinte pastello, i corti e ispidi capelli neri si erano trasformati in morbide acconciature dalle tonalità più delicate. I nostri rapporti si limitavano a frettolosi saluti quando capitava di incontrarsi durante le sue brevi visite alla famiglia. In quel periodo conobbi Carla e anche i rapporti con gli altri amici divennero via via sempre più sporadici. Alcuni anni dopo venni a sapere che Sara si era sposata, aveva abbandonato l’università e aspettava un bambino. Ai  tempi della nostra amicizia non avevamo mai condiviso le nostre aspettative per il futuro, escludendo quelle relative ad un futuro molto più prossimo che riguardava la scelta della facoltà da frequentare o il viaggio in”interrail” al conseguimento del diploma di maturità. Ero comunque certo che quella scelta era frutto di un suo desiderio e non imposta dalle circostanze. Non la vidi più da allora, la sua famiglia d’origine si era da poco trasferita in un paese della “bassa” e lei si stabilì in maniera definitiva a Firenze.

Qualche anno più tardi incontrai un’amica comune, mi raccontò che il bambino di Sara era nato con gravissime malformazioni e che probabilmente non sarebbe sopravvissuto oltre i cinque anni. Il  marito era riuscito a reggere per circa due anni  ma poi si erano lasciati. Lei era tornata a vivere con i suoi dedicandosi interamente al figlio. La notizia mi riempì d’angoscia, io e Carla eravamo sposati da poco più di un anno e da circa due mesi aspettavamo nostro figlio. Pensai spesso a Sara in quel periodo ma, sebbene sarebbe stato molto facile rintracciarla, non lo feci mai, era troppo difficile immaginarla in una situazione così dolorosa quando nel mio ricordo lei era ancora quella ragazza con cui frequentavo locali e passavo lunghi pomeriggi a scherzare e ad ascoltare musica. Gli anni sono poi trascorsi sommandosi uno all’altro, la mia vita ha continuato a seguire il suo corso sostituendo i vecchi ricordi con altri.

Un anno fa i ragazzi della vecchia “compagnia” organizzarono una di quelle serate nostalgiche per ritrovarci tutti insieme come un tempo. Fino all’ultimo momento fui indeciso se partecipare o meno ma quando mi confermarono che ci sarebbe stata anche Sara accettai con l’unico intento di rivederla. All’ultimo momento lei disdisse l’invito e parlando con l’unica amica che aveva mantenuto i rapporti con lei mi informò che dopo la scomparsa del figlio aveva trascorso anni terribili in preda a una fortissima depressione a causa della quale aveva subito anche vari ricoveri. Ora stava molto meglio, aveva un lavoro regolare e cercava in qualche modo di ricostruirsi una vita. L’amica mi diede il suo numero di telefono dicendomi che Sara sarebbe stata felice se l’avessi chiamata, parlava spesso di me ricordando la nostra esclusiva amicizia.

Dopo tutto questo tempo non ho ancora trovato il coraggio di farlo, ho rimandato per giorni, settimane e mesi. Questa sera, ascoltando le parole della canzone, seguendone le note e la melodia che mi hanno rituffato così prepotentemente nel passato facendomi ripercorrere la mia vita fino a questo istante, sono giunto alla conclusione che non è più tempo di rimandare nascondendosi dietro a scuse vigliacche e inutili.

Chiamerò Sara, ora. Non so cosa le chiederò o ciò che  racconterò di me, non so neppure se lei avrà voglia di condividere con me il dolore che ha accompagnato la sua vita negli anni successivi la nostra amicizia, ma provo il forte desiderio di sentire la sua voce e ripercorrere,  pur solo per la durata di una telefonata, gli spensierati momenti trascorsi insieme. Probabilmente basterà chiederle se anche lei ricorda questa canzone e riascoltarla insieme ancora una volta.

Per l’ennesima volta sfioro il tasto “play”, per l’ennesima volta il brano riparte. Afferro il telefono e scorro la rubrica sulla lettera “ S “.

Time slips away 
And the light begins to fade
And everything is quiet now
Feeling is gone
And the picture disappears
And everything is cold now
The dream had to end
The wish never came true
And the girl
Starts to sing

Seventeen seconds
A measure of life
Seventeen seconds

(Seventeen Seconds – The Cure – 1980)

The Last Gig

joe & mick

The Clash(80-168-5)bw300N

Ph.: web

Se lo aspettava, dal momento in cui gli dissero che lui era in sala, sentiva che quella sera qualcosa sarebbe successo. Così non si distrasse quando, durante il primo bis percepì alcuni movimenti poi sentì il suono della sua chitarra uscire dall’amplificatore. Continuò a cantare mentre lui suonava alla sua destra, e il pubblico di fronte non poté fare a meno di notare il sorriso soddisfatto e compiaciuto mentre lo invitava a &darci dentro& con quella chitarra . Lui lo seguiva, lo assecondava divertito e concentrato come succedeva un tempo, molti anni prima, quando quella strana avventura ebbe inizio, quando erano giovani, incazzati, illusi e disillusi. La musica l’unico mezzo a loro disposizione per urlare, accusare e condannare, gli strumenti imbracciati come armi per affrontare una guerra che li aveva visti vincitori e sconfitti. Ed ora eccoli di nuovo là insieme su un palco, dopo oltre vent’anni a intonare ancora una volta le loro canzoni come grida di guerra a dimostrazione che ancora ci credevano, nonostante tutto. Sentirsi eccitati come la prima volta perché all’adrenalina che ti scorre nelle vene non ci si fa l’abitudine. Aveva gridato il suo nome, alla fine, a tutte quelle persone che cantavano e saltavano insieme a loro, poi, ancora una volta, le luci si spensero.

Dopo settimane pensava ancora che sarebbe stato possibile rimettersi insieme, l’occasione era la più propizia. E non sarebbe stata una squallida operazione di marketing, come spesso accadeva, no, ora sarebbero stati semplicemente se stessi, distanti da qualsiasi logica contrattuale ma liberi di esprimersi al meglio senza alcuna costrizione o interferenza. Lui era d’accordo, l’aveva capito quella sera, sul palco, entrambi volevano rivivere quelle emozioni quasi primitive ma necessarie alle loro esistenze, con la consapevolezza che ne valeva la pena e la presunzione che il pubblico, il loro pubblico, se lo aspettava.

Si trattava ora di convincere anche gli altri, come sempre ognuno la pensava in modo diverso, sapeva che non erano tutti d’accordo, ma era anche fermamente convinto che se era destino sarebbe successo e lui avrebbe fatto di tutto perché ciò  avvenisse. Un brivido di freddo gli attaversò improvvisamente la schiena, decise di rientrare. I cani si rincorrevano a pochi metri da lui, li chiamò con un fischio e si avviò verso casa. Si ritrovò, quasi divertito, a ripensare a tutto ciò che gli era capitato in quella parte della sua vita. Così tipico e scontato a quel punto dell’ esistenza riflettere e stilare una sorta di bilancio su quanto di interessante e unico gli era capitato, le persone incontrate, esistenze e destini incrociati per attimi o anni. Un bilancio che registrava successo, popolarità, sogni realizzati, ambizioni concretizzate contrapposti a frustrazioni, delusioni, scelte sbagliate ed errori annunciati. La difficoltà di essere se stesso, indipendente da chi ti esalta o ti annienta. Pochi giorni  e sarebbe iniziato un nuovo anno  con nuovi progetti da portare a termine tra i quali il desiderio di ricomporre il gruppo, anche solo per una notte. Ancora una volta ne valeva la pena, di questo era convinto, ancora una volta avrebbe fatto di tutto per realizzare i suoi progetti. Varcando  la soglia di casa pensò che ce n’era abbastanza per scrivere una canzone, non ora però, ora si sentiva molto stanco, forse più tardi, chissà. Si sedette e chiuse  gli occhi, lentamente.

Happy birthday Joe!