The public image belongs to… him

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il giorno in cui Lydon ci spiegò alcune cose e lo fece, come sempre, a modo suo…

Hello, hello, hello (ha, ha, ha)

You never listen to a word that I said
You only seen me
For the clothes that I wear

Or did the interest go so much deeper
It must have been
The colour of my hair

The Public Image

What you wanted was never made clear
Behind the image was ignorance and fear
You hide behind this public machine
Still follow same old scheme

Public Image

Two sides to every story
Somebody had to stop me
I’m not the same as when I began
I will not be treated as property

Public Image

Two sides to every story
Somebody had to stop me
I’m not the same as when I began
Its not a game of monopoly

Public image

Public image
You got what you wanted
The public image belongs to me
It’s my entrance
My own creation
My grand finale
My goodbye

Public image
Goodbye

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Eva è tornata

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(il mio racconto pubblicato nella raccolta “RACCONTI EMILIANI” casa editrice Historica – 2017)

Eva aveva deciso di tornare.

Una decisione maturata negli ultimi mesi o, forse, oltre trent’anni prima, nell’esatto momento in cui se ne era andata.

Poco più di trenta chilometri la dividevano dall’uscita dell’autostrada, uno per ogni anno in cui era stata lontana. Decise di colmare la distanza spazio-temporale inserendo il cd dei Sex Pistols nello stereo, considerandolo la colonna sonora più adatta all’occasione.

Un ritorno in grande stile o, piuttosto, in sordina?

Sarebbero state le ore, i giorni successivi a rispondere al quesito, per il momento si godeva l’ultimo tratto di strada scandito dalle note irriverenti riprodotte nell’abitacolo.

A vent’anni decise di andarsene camuffando la sua scelta nella necessità di allargare i suoi orizzonti. Che frase banale e scontata! Allora il suo più grande desiderio era stupire gli altri, adottare stili di vita alternativi per guadagnarsi una collocazione nel mondo, una sorta di etichetta che definisse il suo ruolo e ne sancisse l’esistenza nell’universo. In fin dei conti era questo lo scopo dell’adolescenza e della prima giovinezza: definirti. Probabilmente pensava che la scelta di andarsene, di vivere in altre città, non fosse altro che la diretta e naturale conseguenza del personaggio che aveva deciso di interpretare.

Così se ne andò, inizialmente a studiare in una città all’estero. Quasi una sfida verso sé stessa, indecisa se essere spaventata o eccitata dalla nuova vita che si era scelta. Ritrovarsi sola, lontana da casa, dove ogni cosa era sconosciuta e a volte ostile l’aveva spronata a fare delle scelte, a capire quale sarebbe stata la strada che avrebbe intrapreso.

Solo molti anni dopo si sarebbe resa conto che la sua non era stata altro che una fuga da una vita che sentiva sfuggirle dalle mani e nella quale stentava ormai a riconoscersi. Sapeva che difficilmente sarebbe riuscita a condurla sui binari che si stava prefiggendo di seguire. No, non ce l’avrebbe fatta continuando a frequentare i soliti amici, continuando a fidarsi di due occhi che promettevano senza mantenere, continuando a vivere in una città della quale conosceva ogni angolo ma che ritrovava sempre più estranea.

Eva partì un pomeriggio di fine estate, salutando chiunque la conoscesse, promettendo di rimanere in contatto, di scrivere, telefonare. Cose che naturalmente non fece, aveva deciso di rompere i ponti e ci riuscì perfettamente.

Terminati gli studi: nuove città, nuovi amici e nuovi amori. Costruendosi una vita su “misura”, mattone su mattone, esperienza su esperienza. La vita che aveva sempre sognato probabilmente, una bella carriera, una famiglia, una casa accogliente, amici e conoscenti con i quali condividere tutto questo.

Allora perché aveva deciso di tornare? Perché interrompere quella sequenza di perfezione che componeva la sua attuale esistenza? Forse si era resa conto che quella vita non era così perfetta come si sforzava di credere?

Oppure voleva solo tenere fede a quella promessa che fece, in cuor suo, il giorno in cui partì?

Le gomme macinavano asfalto e musica mentre si avvicinava. Le parole delle canzoni negavano un futuro, ormai diventato passato. Eva non ci aveva mai creduto, sapeva che un futuro ci sarebbe stato e aveva avuto ragione. Altri sostenevano che il futuro non è scritto e si trovava d’accordo con questa affermazione. Se fosse stato scritto probabilmente non se ne sarebbe mai andata.

Lo sguardo si spostò leggermente verso l’alto, un lieve sorriso comparve sul suo volto. Era là come sempre, come era stata in tutti questi anni, sul suo colle dominava la città dall’alto indicandole che era tornata a casa.

Ancora pochi minuti e sarebbe uscita dall’autostrada, avrebbe imboccato i viali, dopodiché proseguendo a piedi avrebbe percorso i portici e le vie che non aveva mai dimenticato. Chissà se si sarebbero riconosciute, lei e la sua città dopo tutti quegli anni. Entrambe cambiate, invecchiate, ma con la stessa voglia di ritrovarsi, come due vecchie amiche per troppo tempo separate.

Spense lo stereo, un nuovo futuro stava per essere scritto.

Eva era tornata.

 

 

Pretty vacant