Seventeen Seconds

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seventeen seconds

Rientro a casa con un leggero cerchio alla testa, segno indiscutibile che l’ultimo “spritz” era sicuramente di troppo. Mi sdraio sul divano e accendo il tablet. Carla, la mia ex moglie, ha già diligentemente condiviso le foto su facebook. Scorro le immagini che ci ritraggono a lato di nostro figlio il quale sorride sfoggiando timidamente sul capo la corona di alloro da neo-laureato. L’aspetto curato e il volto sorridente di Carla sono la dimostrazione lampante di quanto il divorzio giovi maggiormente alle donne. Continuo a sfogliare le fotografie sul display e mi accorgo che, mentre osservo l’immagine felice di mio figlio ritratto insieme agli amici e alla fidanzata, la mia mente sta ripercorrendo a ritroso  i ventitre anni che mi separano dal momento in cui un’ostetrica me lo posò delicatamente tra le braccia. Ho deciso che non consentirò a quell’ultimo spritz di catapultarmi nel vortice nostalgico dei ricordi, sfioro il tasto “indietro” e mi ritrovo tra le notizie e i “post” della giornata. Scorro in fretta i complimenti e gli auguri che amici veri e virtuali, colleghi, e qualche parente rivolgono al neo-dottore e tra vignette satiriche e aforismi mi fermo  su un brano musicale. Sfioro l’immagine e alla prima nota affidata alla batteria chiudo gli occhi, non mi interessa seguire il video che accompagna il pezzo, nonostante i buoni propositi appena espressi, ricordi molto antecedenti la nascita di mio figlio prendono forma ispirati dal bellissimo intro di chitarra.

Nei primissimi anni ottanta frequentavo il liceo, vestivo prevalentemente di nero, ero alto e allampanato e cercavo di mascherare la mia timidezza con un certo atteggiamento “dark” che andava tanto di moda allora. Il mio interesse primario era la musica, tutti i miei risparmi si trasformavano in dischi, numerosi esemplari in vinile anche in versioni rare e di importazione giacciono ora impacchettati nella cantina dei miei genitori. La mia fedele compagna durante le numerose incursioni al Disco D’oro a dilapidare piccole fortune  era Sara. Io e Sara ci conoscevamo praticamente da sempre,  avevamo frequentato le stesse scuole fino alla terza media, ignorandoci fino alle superiori. In quel periodo cominciammo a frequentare una compagnia formata da  ragazzi e ragazze del nostro quartiere e scoprimmo di avere molti interessi in comune tra i quali gli stessi generi musicali. La nostra amicizia germogliata durante gli interminabili viaggi di ritorno in autobus si rinforzò poi nel corso di lunghi pomeriggi trascorsi insieme ad ascoltare e commentare quella che ritenevamo la “nostra musica”. Un giorno Sara mi consegnò una cassetta TDK C90 chiedendomi di registrarle alcuni brani, formulò richieste ben precise lasciando poi a me la decisione di riempire lo spazio rimanente con altri brani a mia scelta. Mi ci volle una sera intera a registrarla cercando di non dimenticare le canzoni da lei richieste e terminai la registrazione con uno dei brani che ascoltavo maggiormente in quel periodo: Seventeen Seconds dei Cure nonostante il genere e le atmosfere fossero decisamente diverse da quelli delle altre canzoni presenti nella cassetta.

Da quel giorno quella canzone divenne una delle sue preferite , ricordo un pomeriggio trascorso ad ascoltarla ininterrottamente, seduti sul suo letto con le schiene appoggiate al muro. Lo stesso pomeriggio in cui, per la prima ed unica volta ci baciammo. Le ragioni di quel gesto  mi sono tuttora sconosciute, forse entrambi sentivamo che la nostra amicizia era qualcosa di diverso, un sentimento più profondo ma che non riconoscevamo. Il bacio probabilmente fu una specie di prova per capire se il nostro legame  ci avrebbe condotto su altre strade. Inutile specificare che Seventeen Seconds  fu il sottofondo ideale a quel bacio dal sapore di Camel e Ceres, alla fine del quale ci dividemmo cercando l’uno nello sguardo dell’altra una sorta di interpretazione. Ciò che provammo inizialmente fu solo imbarazzo poi scoppiammo entrambi a ridere, evidentemente in quel bacio non vi era racchiuso nient’altro oltre a quella profonda  amicizia che continuò fino alla quinta liceo. Come spesso acccade le nostre strade, a causa di scelte diverse,  si divisero, io mi iscrissi a Ingegneria e lei si trasferì a Firenze a studiare Architettura. Rimanemmo in contatto per un po’ di tempo,  poi le telefonate e gli incontri iniziarono a diradarsi, cominciammo a frequentare altre persone , lei si fidanzò e la si vedeva sempre più di rado. Il suo aspetto era decisamente cambiato rispetto ai tempi del liceo,  le minigonne di “similpelle” nera e gli anfibi indossati anche in piena estate erano scomparsi per lasciare posto ad abiti “firmati” dalle più rassicuranti tinte pastello, i corti e ispidi capelli neri si erano trasformati in morbide acconciature dalle tonalità più delicate. I nostri rapporti si limitavano a frettolosi saluti quando capitava di incontrarsi durante le sue brevi visite alla famiglia. In quel periodo conobbi Carla e anche i rapporti con gli altri amici divennero via via sempre più sporadici. Alcuni anni dopo venni a sapere che Sara si era sposata, aveva abbandonato l’università e aspettava un bambino. Ai  tempi della nostra amicizia non avevamo mai condiviso le nostre aspettative per il futuro, escludendo quelle relative ad un futuro molto più prossimo che riguardava la scelta della facoltà da frequentare o il viaggio in”interrail” al conseguimento del diploma di maturità. Ero comunque certo che quella scelta era frutto di un suo desiderio e non imposta dalle circostanze. Non la vidi più da allora, la sua famiglia d’origine si era da poco trasferita in un paese della “bassa” e lei si stabilì in maniera definitiva a Firenze.

Qualche anno più tardi incontrai un’amica comune, mi raccontò che il bambino di Sara era nato con gravissime malformazioni e che probabilmente non sarebbe sopravvissuto oltre i cinque anni. Il  marito era riuscito a reggere per circa due anni  ma poi si erano lasciati. Lei era tornata a vivere con i suoi dedicandosi interamente al figlio. La notizia mi riempì d’angoscia, io e Carla eravamo sposati da poco più di un anno e da circa due mesi aspettavamo nostro figlio. Pensai spesso a Sara in quel periodo ma, sebbene sarebbe stato molto facile rintracciarla, non lo feci mai, era troppo difficile immaginarla in una situazione così dolorosa quando nel mio ricordo lei era ancora quella ragazza con cui frequentavo locali e passavo lunghi pomeriggi a scherzare e ad ascoltare musica. Gli anni sono poi trascorsi sommandosi uno all’altro, la mia vita ha continuato a seguire il suo corso sostituendo i vecchi ricordi con altri.

Un anno fa i ragazzi della vecchia “compagnia” organizzarono una di quelle serate nostalgiche per ritrovarci tutti insieme come un tempo. Fino all’ultimo momento fui indeciso se partecipare o meno ma quando mi confermarono che ci sarebbe stata anche Sara accettai con l’unico intento di rivederla. All’ultimo momento lei disdisse l’invito e parlando con l’unica amica che aveva mantenuto i rapporti con lei mi informò che dopo la scomparsa del figlio aveva trascorso anni terribili in preda a una fortissima depressione a causa della quale aveva subito anche vari ricoveri. Ora stava molto meglio, aveva un lavoro regolare e cercava in qualche modo di ricostruirsi una vita. L’amica mi diede il suo numero di telefono dicendomi che Sara sarebbe stata felice se l’avessi chiamata, parlava spesso di me ricordando la nostra esclusiva amicizia.

Dopo tutto questo tempo non ho ancora trovato il coraggio di farlo, ho rimandato per giorni, settimane e mesi. Questa sera, ascoltando le parole della canzone, seguendone le note e la melodia che mi hanno rituffato così prepotentemente nel passato facendomi ripercorrere la mia vita fino a questo istante, sono giunto alla conclusione che non è più tempo di rimandare nascondendosi dietro a scuse vigliacche e inutili.

Chiamerò Sara, ora. Non so cosa le chiederò o ciò che  racconterò di me, non so neppure se lei avrà voglia di condividere con me il dolore che ha accompagnato la sua vita negli anni successivi la nostra amicizia, ma provo il forte desiderio di sentire la sua voce e ripercorrere,  pur solo per la durata di una telefonata, gli spensierati momenti trascorsi insieme. Probabilmente basterà chiederle se anche lei ricorda questa canzone e riascoltarla insieme ancora una volta.

Per l’ennesima volta sfioro il tasto “play”, per l’ennesima volta il brano riparte. Afferro il telefono e scorro la rubrica sulla lettera “ S “.

Time slips away 
And the light begins to fade
And everything is quiet now
Feeling is gone
And the picture disappears
And everything is cold now
The dream had to end
The wish never came true
And the girl
Starts to sing

Seventeen seconds
A measure of life
Seventeen seconds

(Seventeen Seconds – The Cure – 1980)

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Il primo disco non si scorda mai!

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Il primo disco non si scorda mai! No, non il primo disco in assoluto ma, nel mio caso, il primo disco dei Clash di cui divenni legittima proprietaria.

Correva l’anno 1979, forse è meglio dire finiva poiché si era in quell’interregno racchiuso tra il dopo Natale e l’ultimo giorno dell’anno, periodo in cui mi trovavo in possesso di alcune amate vecchie lire facenti parte di regali ricevuti da nonni e parenti vari. Non ricordo quali furono le motivazioni che mi spinsero all’acquisto o la variabile che decretò che dovevo assolutamente possedere “qualcosa” di tangibile e duraturo di quella band, un album che ne sancisse l’ingresso nella mia personalissima “Hall of Fame”.

Sì perché quando decidevo che ne valeva la pena, la band in questione sarebbe passata dall’instabile e precaria dimensione delle cassette registrate al conclamato e duraturo status di vinile facente parte della mia collezione.

Il punk dalle mie parti anzi, per essere più precisi, nella compagnia che frequentavo, era arrivato da poco meno di un anno, quindi in notevole ritardo rispetto al resto del mondo, ma era arrivato e questo era importante. Quindi dopo aver abbandonato l’ascolto di “grupponi” del calibro di E.L.P. Genesis Led Zeppelin e compagnia “cantante” i nostri impianti stereo risuonavano delle note probabilmente meno virtuose ma di gran lunga più divertenti e interessanti prodotte da Sex Pistols, Ramones, TRB, Iggy Pop, Ian Dury, ecc.ecc. Nella mia personale collezione vinilica, a quel punto, mancavano solo The Clash.

Ricordo molto bene quel giorno, una fredda e soleggiata mattina invernale, con i mucchi di neve sporca ai lati delle strade. Stiamo infatti parlando di un’epoca in cui non solo esistevano  le  mezze stagioni, ma pure quelle intere, e la neve a Natale c’era per default. In compagnia delle amiche più fedeli (le adolescenti da che mondo è mondo si spostano solo in branco), risalivo tutta Via Garibaldi per raggiungere la fermata del mitico “ 42”, con le lire necessarie al mio scopo ben racchiuse nelle tasche dei jeans.

L’autobus terminava la sua corsa in Piazza Malpighi, proseguiva per Piazza S.Francesco e compiva a ritroso lo stesso percorso per tornare a Casalecchio. Da Piazza Malpighi a Via Marconi (antica residenza del Disco D’oro) il tragitto era breve, quindi facendo un rapido calcolo mezzora più tardi eravamo di nuovo sulla strada del ritorno, stringendo fra le mie mani la tanto agognata busta quadrata delle dimensioni di un 33 giri.

Questa dissertazione unicamente per spiegare l’emozione che provai quando, finalmente sola, mi preparavo ad ascoltare l’album appena acquistato. Se chiudo gli occhi riesco a immaginare e rivivere il momento in cui tolsi la protezione trasparente che ricopriva il disco studiandone la bellissima copertina dai colori rosso-blu-giallo. La scritta The Clash nera , in alto sul fondo rosso , il titolo dell’album appena sotto.

In primo piano, sulla parte gialla che rappresenta la sabbia di un deserto, un “cowboy” giace a terra con un avvoltoio chino sulla schiena e un altro sulla sabbia, mentre un soldato cinese osserva la scena da cavallo. Sul retro della copertina l’intera armata cinese avanza sventolando le bandiere rosse. E già dalla cover, nonostante le mie conoscenze storico-politiche fossero abbastanza limitate, capii che “lì dentro” non si cantava di cazzate, ma di cose serie. A quel punto si faceva scivolare con attenzione il disco dalla copertina interna e lo si puliva dalla polvere con l’apposita spazzola di velluto.

Il disco era pronto per essere adagiato delicatamente sul piatto del giradischi. La puntina veniva abbassata con attenzione sul solco iniziale producendo il tipico sfrigolamento, ci si cpredisponeva quindi  con una certa ansia ad ascoltare il brano iniziale. Sarebbe valsa la pena sottrarre i soldi spesi dall’acquisto di sigarette o altri “beni” di prima necessità (sulla cui natura preferirei soprassedere), o il vinile sfrigolante sarebbe stato accantonato in attesa di venire scambiato con un altro?

L’inizio di Safe European Home mi esplose nello stomaco come una di quelle granate evocate dalle immagini della copertina. Ciò mi bastò per capire che si era creato un legame talmente forte da resistere all’incessante passare dei tempi e al modificarsi degli stili di vita.

Presumibilmente l’acquisto di quel giorno fu forzato dal fatto che Give’em enough rope era l’unico album dei Clash presente nel negozio, se si pensa che London Calling era uscito da pochi giorni in Inghilterra e la prima edizione di The Clash era ormai introvabile. Fu sicuramente uno dei dischi dei Clash più stroncato dalle critiche e meno amato dal gruppo stesso. Tutto ciò però non sminuisce il sentimento di profondo affetto che mi lega a questo disco. Il fatto che io ricordi tutti i passaggi legati all’acquisto di quel disco a differenza di quelli legati agli altri album penso sia abbastanza significativo.

Avevo quindici anni e quel momento fatidico decretò la mia passione indiscussa per “The only band that matters”, passione che persiste nonostante quegli anni siano solo il ricordo di un tempo lontano cronologicamente ma, per quel che mi riguarda, ancora molto sentito.

Qualche mese dopo quel giorno di fine ’79 sarei stata ai piedi di un palco sul quale Joe, Mick, Paul e Topper si esibivano, l’unico loro concerto che mi fu concesso di vedere. Ma questa è un’altra storia…